Llvme: Yia de nuesu

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E’ demandato alle piccole etichette il (certo non facile) compito di valorizzare opere di confine (geografico ma sopra tutto di genere), nel caso dei Llvme (Salamanca, Leon, ovvero la Spagna meno pubblicizzata), dei quali già recensii “Fogeira de suenos”, Anno Domini MMX, è ancora My Kingdom Music ad allargare le sue vigorose ali, a protezione di un patrimonio che va conservato e, per quanto possibile, reso conosciuto ed apprezzato. Un combo che ha vissuto repentini mutamenti di formazione, che ha saputo metabolizzare grazie alla ferma volontà di Nandu S. Prieto (che oltre ai noti strumenti elettrici, si esibisce con cornamuse ed hurdy gurdy), della quale posso confermare a tutt’oggi la bontà della proposta, alla luce di quanto contenuto nel presente Yia de nuesu. Molto suggestiva è “1188-1230”, con una bella voce femminile (diversi ospiti contribuiscono ad ampliare la line-up), e se “Helmantica” si rivela a tratti caotica e poco decisa sulla direzione da intraprendere, subito “Vettonia” rilancia le quotazioni del disco, articolata, melodica e darkeggiante al punto giusto quale è. Il suggestivo canto muliebre di “Vaqueirada’l Baite” (si esprimono nella lingua della loro Terra, uno spagnolo crudo che sa d’antico) ci cala in una atmosfera arcana, dai contorni sfumati, un balzo all’indietro nel Tempo, prima che la struggente malinconia di “Conceyu” ci riporti alla realtà, col suo ferale incedere doom che rimanda ai My Dying Bride (anche i leonesi utilizzano, ottimamente, il violino): l’orizzonte chiuso dalle sierras che rimandano suoni lontani, fra nembi di polve che si levano repenti da un suolo arso battuto dagli zoccoli di cavalli lanciati alla carica. “Yia fatu a tierra” è epica piece condotta da una chitarra che lacrima note (e punteggiata dal pianoforte), mentre “Purtiellu de la Llialtà” è l’episodio centrale di Yia de nuesu: una canzone perfetta, dagli strumenti ottimamente amalgamati che concorrono a determinare un costrutto armonico solenne, grave; senza dubbio uno dei brani meglio congegnati espressi in questi anni dal metal iberico, classico nella sua forma ma aperto ad influenze diverse che si rivelano decisive per la sua piena riuscita. Nel mezzo, il rito campestre celebrato al mattino di “Pramoséu”; poscia le tastiere sacrali di “Llibacion nu Alborecer” c’introducono tra le volte obscurate d’una chiesa, tra le quali risuonano le parole dell’officiante intento a fronteggiare l’incombente presenza di demoni molesti. Fra adunate di armigeri richiamati dal rullìo dei tamburi (“Xota Chaconeada”) ci avviamo alla conclusione affidata a “Mirobriga” (che rimanda alla solida scuola affermata dai connazionali Tierra Santa, Puya e Mago de Oz, sebbene con la rottura praticata dalla voce di Eric Montejo) ed alla breve “Fayeu de Suenos”, il ruscellare quieto dell’algide acque che scendono dalle cengie evocate da questo suggestivo strumentale riappacificano l’anima, e ci concedono il giusto riposo. Un lavoro ascrivibile pure al folkish-doom ma personale, non solo per l’uso della lingua madre (che in Spagna è più diffuso che da noi), le influenze sono infatti stemperate da una visione assolutamente caratteristica del suonare metal. A tratti cupo e possente, sempre però intriso di una particolare melancholia, Yia de nuesu va ascoltato con attenzione, magari rileggendo le pagine gloriose della storia del Regno di Leon (costituito nel 910, nel 1230 venne annesso al Regno di Castiglia; nel 1188 vide la prima convocazione d’un Parlamento, anche se non da intendere nella moderna accezione del termine, le “Cortes” che riunivano in una sola assemblea rappresentanti del popolo, del clero e della nobiltà).

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