How To Destroy Angels: An Omen

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 An Omen è il secondo EP della premiata ditta Reznor e Ross insieme alla moglie di Reznor, Mariqueen Maandig: esso contiene una serie di tracce che, presumibilmente, faranno parte del primo full length atteso prossimamente, forse nella primavera 2013. L’EP è stato prima diffuso in streaming su Hypem.com. e su Soundcloud e dopo pochi giorni è uscito in formato digitale ed in vinile. Vi si trova una conferma, da parte del gruppo, della scelta post-industrial con una componente trip-hop più o meno pronunciata a seconda dei brani: alla base ritmi lenti e dilatati e, prevalentemente, il canto della Maandig, mentre l’illustre coniuge si accontenta di intervenire occasionalmente. Questa nuovo orientamento stilistico ha lasciato e continuerà a lasciare perplessi i fan storici dei NIN: al di là di questo, va considerato come un’ulteriore dimostrazione della poliedricità e dell’eclettismo di Reznor che, dalla sua collaborazione con Ross, sta comunque raccogliendo ottimi frutti. La prima traccia “Keep It Together” è una di quelle in cui la suddetta componente trip-hop è particolarmente presente: suoni minimali e ripetitivi creano un effetto sognante e magnetico; la voce femminile si trascina languida finchè, nel finale, duetta con il marito che…beh, in verità non si riconosce ma il risultato è comunque gradevole. Segue “Ice Age”, un pezzo un po’ bizzarro e sperimentale, basato su di un motivetto semplice suonato su uno strumento a corda tipo banjo che accompagna il canto carezzevole della Maandig, forse una delle sue prestazioni migliori sul piano vocale: una versione ‘futuribile’ del folk? Resta il fatto che, alla lunga, la monotonia incombe. Anche “On The Wing” va in direzione trip-hop mentre “The Sleep of Reason Produces Monsters” è un brano strumentale di matrice ‘ambient’, freddo ed ipnotico. “The Loop Closes” è, a mio avviso, l’episodio migliore e quanto di più soddisfacente possa qui esserci per i fan dei NIN: la presenza di Reznor si percepisce forte e chiara – stavolta è lui solo a cantare! – fin dai primi clangori di stampo ‘industrial’ e ancora di più nel successivo ritmo che diviene pulsante arricchendosi di altri elementi, tra cui l’inconfondibile voce, prima solo un sussurro e poi pienezza. “Speaking In Tongues” è una delle tracce più sperimentali, fatta di disarmonie e dissonanze con voci in libere combinazioni e suoni ripetitivi di stampo ‘tribale’: di certo un ascolto non semplice. In sostanza, tutto questo lavoro degli  HTDA ‘trasuda’ genialità ma è carente di ‘carne e sangue’ tanto che, pur apprezzandone molti spunti, non posso fare a meno di rimpiangere Reznor nel suo ruolo abituale.

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