Porcupine Tree: Octane Twisted

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A chi ancora non conosce i Porcupine Tree o a chi ama particolarmente la musica live consiglio fortemente questo Octane Twisted. Si tratta di un doppio CD, il primo tratto dal concerto di presentazione di The Incident mentre il secondo è solo una ridottissima raccolta dei loro brani migliori.

L’album è stato registrato prevalentemente al The Riviera di Chicago (con l’eccezione degli ultimi tre brani tratti dalla performance alla mitica Royal Albert Hall di Londra). Classificare la musica dei PT è da sempre argomento controverso: progressive, experimental/prog, dark/prog, space/prog, dark/ambient, alternative rock, psychedelic rock, death, doom, drone, crossover. Probabilmente un concentrato di tutto questo. O forse, semplicemente, questi sono i PT, inutile cercare di definirli. Sono un ottovolante di emozioni, di quiete, di angoscia, di sogno, di rabbia, di paura, di morte e poi si riparte ancora per un nuovo giro. Sono il susseguirsi di quiete dopo la tempesta. Sono l’onda del mare che ti percuote e la risacca che ti riporta nelle profondità.

The Incident non è un album che ho amato particolarmente. Forse perché nello stesso periodo Steve Wilson (eletto “God of Prog”) impegnava le sue forze migliori nella registrazione del suo primo capolavoro da solista Insurgentes. Ma questo live ha ridato alito caldo e odore di sudore ad un disco che nella versione studio risultava forse un po’ asettico. Neanche Coma Divine – Recorded Live in Rome (alla cui registrazione ero presente) risulta così trascinante.

Evito di entrare troppo nei singoli brani, in tutto 21, che sarebbe veramente troppo lungo. Il CD1 si apre con “Occam’s Razor”, solo un’esplosiva intro alla duale “Blind House” tra voce pacata e chitarra detonante; “Drawing the Line” con il suo ritornello emozionante (sto prendendo il controllo….e salvo la mia anima); “The Incident” ipnotica, industriale e torbida: sarebbe stato il brano migliore dei Nine Inch Nails, qualora Reznor ne avesse mai scritto uno così bello. “Time Flies” 12 min. in puro spirito floydiano-decadente (nato nel 67 l’anno di Sgt. Pepper…); “The Seance” folk-prog-intimista; “Circle of Manias” circolo vizioso drum-guitar. E per finire “I Drive the Hearse” (“quando sono giù, io guido il carro funebre…”) tristissima ma dolcissima.

Il CD2 è un breve percorso nella loro carriera, con delle assenze esagerate per evidenti motivi di spazio, considerata la loro produzione. Probabilmente la scelta è ricaduta su brani che non avevano fatto parte di altro live. Qui emerge al meglio l’elegante tocco del tastierista Richard Barbieri (ex-Japan), ottimo nell’accompagnamento e nella creazione attenta della giusta atmosfera sognante ed emozionante, abbinata alla maestria della batteria di Gavin Harrison (miglior batterista dell’ultimo decennio). Si apre con la visionaria “Hotesong”. Seguono, abilmente riuniti e plasmati in un solo brano “Russia On Ice/The Pills I’m Taking”; La siderale “Star Die” che nonostante la cancellazione del campionamento dei dialoghi tra Nixon e l’Apollo11, potrebbe accompagnare Silver Surfer nei suoi solitari viaggi ai confini delle galassie; “Even Less” voce chiara e riff pesanti e il suo messaggio disperato di frustrazione; “Dislocated Day” inizia con la voce calma di un amico che ti invita a mettere ordine nella tua testa, ma il risultato è solo confusione e sofferenza che hanno il suono di una chitarra. Chiude l’epica “Arriving Somewhere But Not Here” con il suo bagaglio di 13 min. di oscura disperazione, (“hai mai sentito le forbici tagliare una vena al cuore….”) ed è proprio ciò che io provo ogni volta che ascolto questo brano.

La qualità della registrazione è esemplare e con Steven Wilson (vincitore più volte di Grammy Awards per “best surround sound”) alla consolle non poteva essere diverso: chi, ne ha la possibilità, dovrebbe ascoltarlo in dolby 5.1.

Un ultimo buon motivo per ascoltare Octane Twisted: probabilmente siamo in presenza del testamento dei Porcupine Tree.

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