Witchcraft: Legend

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Benedetta sia la progenie dei devoti al seventies sound! Non pago di quanto operato in passato, e dopo cinque anni di silenzio (tanti lo dividono da “The alchemist”, e chissà perchè queste pause durature vengono sovente interpretate come cattivo auspicio…), Magnus Pelander ci concede, bontà sua, la grazia del disco più sabbathiano della sua carriera come Witchcraft (sigla che detiene assieme al bassista Ola Henriksson, mentre nuovi della partita sono la coppia d’asce – fumiganti – Tom Jondelius e Simon Solomon, e lo skin-beater Oscar Johansson, già candidato al ruolo fin dai tempi di “Firewood” del 2005), anche se ridurlo a semplice derivato di quanto operato dalla Premiata Ditta Iommi/Osbourne/Butler/Ward ne ridurrebbe inevitabilmente la portata. Perchè Legend è disco che spacca, ascoltate l’opener “Deconstruction” ed il suo intenso rifferama degno pure dei Sabbath era-Martin, alla quale tanto sono legato (se non altro perchè con quell’altro Tony li vidi in azione), e ditemi voi se questo non è dark-sound all’ennesima potenza, riletto però da discepoli che non si sono limitati ad un solo Testo, seppur eletto a Sacro. “Flag of hate” dimostra una vitalità coinvolgente, in virtù dell’eccellente lavoro della sezione ritmica, ma è la voce, proprio quella voce ad incantarci, perchè Pelander si dimostra interprete di razza, come pochi altri (un timbro caldo, intriso di melancolia nordica, pronto ad elevarsi ad altezze siderali, dalle quali osservare mesto l’epilogo della nostra umana vicenda…), “It’s not because of you” l’avevo già ascoltata, come singolo ma, credetemi, ho pigiato il tasto repeat un paio di volte, prima di proseguire oltre, questo motivo è un tripudio alla migliore scuola dei ’70, ma la lezione continua, in quanto di seguito si propone “An alternative to freedom” coi suoi cinque minuti di passo apparentemente malfermo, colla sua narrazione pregna d’umore tulliano (manca il flauto di Ian Anderson altrimenti sarebbe un tributo perfetto) che sfocia in una porzione finale disperata; “Ghosts house” e “White light suicide” evidenziano la bontà di Legend, opera che non tergiversa (merito anche del producer Jens Bogren), approfondendo ogni particolare delle occulte tematiche sonore esposte (“Democracy” ed il suo cantato che denunzia un’irrequietezza di fondo che fra le sue note deve trovare uno sfogo), prima che la lenta, inquietante “Dystopia” ed i dodici minuti della maestosa “The end” (titolo quanto mai appropriato per una cattedrale sonika eretta sulla terra sconsacrata d’un sepolcreto pagano…) ci consegnino i codici per interpretare opportunamente l’arcano; ecco perché Legend suona così autentico, come se provenisse direttamente dal passato, scevro di qualsisia rimpianto, e perché Pelander può permettersi d’evitare d’abbandonarsi al ricordo quale comodo rifugio ove celarsi allorquando la vena ispirativa s’inaridisce… E’ proprio per questo che possiamo affermare senza timore di venir smentiti che i Witchcraft sono la realtà più credibile di questa apparentemente inarrestabile (non vi sono segnali che possa esaurirsi, per lo meno nel breve periodo) ondata retro-rock che conta ormai su nomi affermati come Graveyard o Horisont, e che non si limita al settore più oscuro (si ascoltino pure gli Admiral Sir Cloudesley Shovell ed il loro hard fracassone) di quel decennio trascorso, ma che invece interpreta quegli umori e quelle istanze interpretative coniugandoli al presente. Firmando canzoni che forse non resisteranno all’usura del Tempo come quelle prese a modello, ma che sicuramente rappresentano frutto naturale d’una (insana?) totale divozione.

Per informazioni: www.audioglobe.it
Web: http://www.witchcrafthome.com
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