“The Ghostmaker” di Mauro Borrelli: con pochi ingredienti…

0
Condividi:

Con una certa soddisfazione sfrutto l’opportunità di parlare di una pellicola italiana indipendente uscita da noi lo scorso quattro gennaio. Il regista, Mauro Borrelli, è un concept artist ormai molto affermato negli States, ove ha collaborato con artisti come Terry Gilliam, Francis Ford Coppola e Tim Burton ideando bellissime immagini per film importanti: Dracula di Bram Stoker, Il Pianeta delle Scimmie o il recente Dark Shadows. The Ghostmaker ha potuto essere realizzato grazie ad un progetto di ‘microbudget’ – ovvero con l’investimento di una cifra irrisoria – che ha visto l’impegno, fra l’altro, di personale volontario e l’utilizzo di materiali artigianali. Non bisogna dunque attendersi mirabolanti effetti speciali e visioni ‘fantascientifiche’: tra questa ed una megaproduzione hollywoodiana c’è una differenza a dir poco abissale ed anche nel cast non figurano, ovviamente, grandi stelle, i giovani attori – tutti più o meno provenienti dalla televisione – che lo compongono fanno quello che possono. Tuttavia la storia è, a modo suo, originale e, per quanto il film possa essere classificato più che altro come un B-Movie, sa riservare diverse emozioni. La vicenda non è complessa: Kyle e Sutton sono due studenti che convivono in un appartamento per condividerne le spese. Il primo è piuttosto squattrinato e, per sbarcare il lunario, svolge lavoretti occasionali di traslochi e pulizie, il secondo invece è più fornito di mezzi ma, sfortunatamente, è costretto sulla sedia a rotelle e soffre profondamente per la sua condizione di handicappato, anche perché è segretamente innamorato della fidanzata del suo coinquilino, la graziosa Julie. Durante uno dei suoi giri, Kyle trova una vecchia e polverosa bara che sembra provenire dal Medioevo. Da questo rinvenimento ha inizio una serie di drammatiche avventure che coinvolgono, oltre a lui, anche il compagno ed un altro amico: si scopre infatti che l’oggetto risale al XV secolo ed è stato creato da tale Wolfgang Von Tristen, conosciuto come ‘l’artigiano del diavolo’, esperto di strumenti di tortura e cultore di tutto quanto attiene alla morte e a ciò che ne consegue. Attraverso la bara, infatti, sembra possa essere possibile sperimentare le sensazioni che si provano dopo il ‘trapasso’, con il distacco – sotto forma di una sorta di fantasma – dell’anima dal corpo: essa acquista la capacità di muoversi nello spazio reale in modo invisibile, riuscendo così a soddisfare impulsi e desideri irrealizzabili nella vita.

Borrelli tratta con intelligenza e rispetto la tematica sovrannaturale, omaggiando apertamente Linea Mortale di Joel Schumacher e nel contempo, avendo a disposizione pochi, rudimentali mezzi tecnologici ma anche un vivace talento immaginifico, riesce comunque a creare effetti visivi tali da stimolare interesse e suspense con l’abilità che già fu propria del grande Mario Bava. Basti pensare alle procedure usate dal regista – e qui gli è stata senz’altro d’aiuto la proficua esperienza americana – per ottenere certi risultati; citando le parole tratte da una sua intervista, “la bara, l’oggetto chiave della storia, è stata costruita da me e viene da una porta del mio produttore. Stesso discorso va fatto per gli ingranaggi che si vedono nel film. All’inizio volevo realizzarli in computer graphica. Poi, dopo aver aperto un giocattolo di mio figlio, ho deciso di crearmeli da solo, comprando vecchi orologi su e-bay”. Impossibile, a mio avviso, non rimanere affascinati da tanto estro ed inventiva: ecco che le inevitabili ingenuità dello script, qualche incongruenza narrativa e l’assenza di momenti realmente drammatici andrebbero viste nell’ottica di un modo di lavorare ‘controcorrente’ che, nonostante le difficoltà obiettive, riesce comunque a produrre i suoi frutti. Probabilmente con lo scopo di illustrare le facoltà dell’infernale marchingegno, che è in grado di svelare la vera natura dei personaggi, viene data un po’ troppa rilevanza alle problematiche di contorno (la tossicodipendenza del protagonista, i contrasti di coppia) diluendo la vicenda principale in una quantità di filoni laterali e questo va a scapito della tensione principale, derivata dall’interrogativo presente in tutto il film: esiste una vita dopo la morte? Che quest’ultima non debba venire manipolata con leggerezza dall’uomo per raggiungere i propri scopi è un dato che ben si comprende anche dall’inquietante apparizione  della ’Morte meccanica’: quando essa si mostra, si raggiunge il culmine dell’angoscia. L’atmosfera è resa particolarmente opprimente dal colore della fotografia nei momenti ‘chiave’ e dalle minacciose immagini dei meccanismi interni alla bara, dalle quali si intuiscono i suoi fatali effetti.

Per tutte queste ragioni, mi sento di consigliare la visione di The Ghostmaker, nonostante mi renda conto che potrebbe non essere facile reperire un cinema che la offra. Meritano plauso e sostegno quelle sale – come qui da noi il cinema Lanteri – che, nonostante le difficoltà, da sempre concedono spazio alla distribuzione indipendente.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.