Lebanon Hanover: Why Not Just Be Solo

0
Condividi:

La fiaba dei Lebanon Hanover continua: a pochissima distanza di tempo dall’ottimo The World is Getting Colder è uscito in vinile ed in edizione limitata – ma reperibile in web su Bandcamp –  Why Not Just Be Solo, il loro secondo riuscitissimo lavoro. Impressionante come, pur rifacendosi in linea di massima ai medesimi stilemi del primo disco, i due qui non perdano un colpo. Incredibile come una musica così minimale e gelida riesca a farsi amare, toccando corde intime che credevamo ormai atrofizzate. Sorprendente, infine, come questa estetica che ha i colori del grigio e del nero sia ancora attuale e valida al di là di mode e pose superficiali. Comunque Why Not Just Be Solo non è una copia a carta carbone dell’album precedente. La scelta di lasciare ancora più spazio a chitarra e, soprattutto, basso, lasciando intatta la ritmica nervosa, talvolta ossessiva, rende il suono ancora più tetro e dark, legato a disperati paesaggi metropolitani: la vena autoironica che nel primo lavoro faceva spesso capolino sembra indebolirsi, sopraffatta da una fosca cappa di angoscia e si percepisce solo occasionalmente. Si comincia con la bella “Saddest Smile”, cantata da Larissa in tono distante e sommesso sull’abituale sfondo minimale, con il basso che fa letteralmente impazzire, come pure il testo: ‘I will stay forever alone/ in my deep and dark thoughts…’ Segue “A Very Good Life”, drumming e basso cupissimi come sempre , cui tuttavia si aggiunge una sorprendente, distorta chitarra. “Albatross” è una delle perle dell’album:  basso, chitarra e la voce che raggiunge accenti angosciosi, il brano sa evocare la stessa atmosfera oscura e disperata di certe cose dei primi Cure. Subito dopo, in “I’m A Reject” è ancora la chitarra al centro dell’attenzione, mentre il canto di Larissa suona davvero notturno, in qualche passaggio quasi atono; “Cadaverously Quaint” è invece un’ossessione ‘robotica’, un’orgia di drum machine in cui William sfoggia un bizzarro vocione profondo, con un effetto alquanto funebre. Giunge “Bring Your Own Wine”, il Gothic rock in versione ‘Polo nord’: è evidente che i due sanno cavarsela anche in questo caso; subito dopo la splendida “Northern Lights”, che illustra la forza della malinconia. In “No one holds hands”, ottima celebrazione post punk, è ancora William a cantare con intonazione davvero funerea, ma “Why not just be Normal” risveglia inquietudine e tensione per le efficaci vibrazioni elettroniche. Siamo verso la conclusione dell’incanto e in “Somehow We’ll Get Through This” Larissa ci inonda nuovamente di una disperazione senza uscita – ‘In silence we’re lying here/In darkness our cramps will heal’ – e infine “Avalanche” cade come l’ultima perla post punk, a dimostrare che il fascino di questa musica non muore mai.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.