Riverside: Shrine Of the New Generation Slaves

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Quattro anni  di attesa non sono trascorsi invano. Ritornano i Riverside con il loro nuovo album dal titolo Shrine Of the New Generation Slaves. La band polacca che fino a ieri è stata, ingiustamente, considerata un mix di Porcupine Tree, Pink Floyd, Anathema e Tool, oggi è pronta alla rivalsa. Con il suo nuovo lavoro dimostra che se influenza c’è stata, questa è stata digerita, assimilata e rielaborata in un sound nuovo e personalissimo.

La struttura è quella ideale, si tratta di un Dark Prog Psichedelico che, come sempre, si caratterizza per le sue atmosfere inquietanti e introspettive, pur lasciando spazio ad una componente onirica ed eterea. Già dal titolo Shrine Of the New Generation Slave presenta delle novità interessanti, quasi come in un quadrato di sator, unendo le sue iniziali ne risulta l’acronimo “Songs”. Profetizzando, così, che questo album ha come unica ambizione, quella di proporre solo delle belle “canzoni”, nessuna altra velleità. E’ iniziato un nuovo capitolo, più maturo, più armonioso, incentrato su di una melodia in grado di creare uno stato di forte empatia nell’ascoltatore. Il suono è decisamente più pulito. Molte delle asperità di derivazione Prog Metal sono messe da parte. La chitarra di Piotr Grudzinski è più soffice e sognante e cede il passo ad un uso più consistente degli Hammond di Michael Lapai, quasi il segno di una deriva verso il Prog targato ’70. Anche la batteria di Piotr Kozieradzki è meno invadente, ma acquista una ritmica più elaborata. La calda e morbida voce di Mariusz Duda, sempre più in via di raffinazione, si conferma una delle voci più seducenti dell’attuale scenario musicale. I brani sono lunghi e corposi, ma non troverete nessun riempitivo inutile, qui è tutta carne e della migliore qualità. Forse è andata persa un po’ di spontaneità rispetto ad Out of Myself, album che ho amato moltissimo, ma è il prezzo che si paga quando la posta in gioco aumenta.

Anche nei testi Songs è molto oscura, ma non ci troverete spettri o vampiri. L’oscurità scaturisce da percorsi interiori, dall’insoddisfazione ormai cronica che affligge questa società consumistica, dal sentirsi solo anche in mezzo a tanta gente, dal sentirsi precario anche in mezzo a tanta opulenza, dall’eterno duello tra “avere o essere”. Una nuova generazione, dove le persone sembrano non avere nessun controllo sulla propria vita. Tutto è deciso, ma non da noi. E tutto questo è maledettamente agghiacciante. Intervistato Duda spiega così le tematiche dell’album: E’ basato sul fatto che noi tutti sentiamo dire ad amici e persone vicine quanto sono infelici, come odiano il loro lavoro, come non hanno tempo per questo o quello, come vola inutilmente il tempo e come in realtà si sentono schiavi nella loro stessa vita. Bellissima ed inquietante anche la copertina firmata Travis Smith, maestro illustratore gothic/horror, che ha realizzato le migliori copertine di Anatema, Opeth, Katatonia, solo per citarne alcune.

L’apertura è affidata a “New Generation Slave” la voce filtrata di Duda accompagna un’inquieta atmosfera che diviene sempre più tesa, fino ad esplodere in un potente ingresso corale di tutta la band (Vostro Onore, la verità è che io sono un uomo libero, ma non riesco a godermi la vita). Segue “The Depth of Self – Delusion” la più decadente, un’esile ballata dal testo amaro ed introspettivo, voce melodica e tastiere trasmettono oscura malinconia. “Celebrity Touch” suona come una hit, il più hard rock, sia nei riff di chitarra che nel grandioso giro di basso. “We Got Used to Us” ancora una ballata molto bella e tranquilla, ma ancora più triste ed esistenziale, gli accordi doloranti di pianoforte sembrano abbracciare la voce di Duda. “Feel Like Falling” atmosferica, inquietante ma bellissima, un terreno fertile dove far attecchire le radici dell’albero dei porcospini. Le tastiere e pianoforte fanno invidia a Richard Barbieri ed un finale a sorpresa con l’ingresso di un meraviglioso sax, novità assoluta per il Riverside sound. “Deprived (Irretrievably Lost Imagination)” brano molto psichedelico, pieno di groove dalla ritmica asciutta e dall’arpeggio di chitarra ipnotico e la voce di Duda sempre padrona (non è necessario pensare troppo oggi, hanno già compilato il vostro cervello). “Escalator Shrine” lunga suite, la più anni’70, tra ingressi e fughe di sonorità, repentini cambi di tempo, continui duelli tra chitarra ed hammond. La meno oscura ma quella dove è condensata tutta la capacità compositiva ed esecutiva dei Riverside. Chiude “Coda” dolcissima, delicata, acustica ma breve, troppo breve.

Amare questo album risulta facile ed ascoltarlo, forse, vi aiuterà a capire se anche voi siete…..schiavi!

Per informazioni: http://www.insideoutmusic.com/
Web: http://riversideband.pl/en/
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