Storm Corrosion: Storm Corrosion

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Quando le strade di due grandi talenti si incrociano il risultato è un grande gruppo. Gli Storm Corrosion nascono dall’unione di Steven Wilson (Porcupine Tree, No-Man, Blackfield, ecc.) e Mikael Åkerfeldt (Opeth). L’album dal titolo omonimo è a mio parere, un lavoro quasi trascendentale. Totalmente innovativo eppure capace di rievocare sensazioni familiari. Siamo davanti ad un tenebroso prog ambient che troverebbe la sua migliore location in una cattedrale gotica.

Steven Wilson (erede naturale di D. Gilmour e R. Fripp) con un atto di modestia lascia quasi esclusivamente le chitarre a Mikael Åkerfeldt per dedicarsi a tutti gli altri strumenti. Le voci, sempre morbide e suadenti regalano arie sognanti. Gli strumenti, in gran parte acustici, danno vita ad un suono minimalista ma che sembra eseguito da un’orchestra. Gli archi tessono sete musicali. Anche la sezione ritmica è ridotta al minimo per non intaccare il viaggio metafisico. Solo disseminati inserti sonori mantengono alta la tensione. E poi mellotron, tanto mellotron per rendere l’atmosfera ancora più struggente.

Album intimista, di non facile approccio, richiede il giusto spirito percettivo. Già dalle prime note si capisce che all’interno del suo suono rilassato nasconde un animo inquietante e a tratti minaccioso. Come un fiume che scorre lento, ma ad ogni tornante ti trasmette l’ansia per quello che la successiva curva nasconde. Si ha la sensazione che nulla accade, mentre tutto accade. Io avrei intitolato questo album “quando l’oscurità è dolce”. La situazione migliore per ascoltarlo è al ritorno da una stressante giornata di lavoro, stanco e infreddolito. Ti stendi sul divano, spegni le luci, metti le cuffie (vivamente consigliato) e la musica inizia. No, non hai bisogno della coperta, ci pensa Storm Corrosion a riscaldarti!

Sono solo 6 brani, ma per una durata di 48 minuti. “Drag Rope” apre l’album. Epica, sinfonica, quasi un requiem. Voce sommessa, archi, mellotron e pianoforte sinistro. Inaspettati partono i cori ed è l’apoteosi. Siamo davanti ad un capolavoro. Dolcissimo il finale con un assolo di chitarra struggente. Il testo tratta delle esecuzioni capitali cui la chiesa sottoponeva gli adepti dei culti pagani. Interessante è il video che gira in rete, realizzato con le ombre cinesi. “Storm Corrosion” si apre con il suono di un flauto che crea la sensazione di una calma solo apparente. La voce di Wilson sembra quella di un bambino intento in una cantilena mentre attraversa il bosco. All’improvviso il panico lo assale, ha perso la strada… si eleva un muro da incubo fatto di noise e distorsioni. Ma dopo 2 minuti, la strada è ritrovata, la quiete ritorna, può ricominciare la sua cantilena. “Hag” anche qui voce sognante, chitarre dolci e mellotron inquietanti. A metà brano un’impennata drone/industrial lascia emergere l’unico momento ritmico dell’album. Breve ma mirabile si alza la batteria di Gavin Harrison. Sparsi qua e là inserti di folle ridenti, piccoli dettagli che rendono grande un brano. “Happy” il più minimalista. Giochi di doppie voci sembrano intrecciasi con delicati arpeggi e suoni oscuri. Troppo facile il riferimento a Grace For Drowning di Wilson. “Lock Howl” cavalcata slow tipica degli Opeth, mellotron e battimani tipici di Wilson. Ma fusi insieme e con un abito tutto nuovo. “Ljudet Innan” sentire un vecchio metallaro come Åkerfeldt cantare in falsetto è sconvolgente. Con la sua voce riesce a creare un’atmosfera morbida ma al tempo stesso gelida. Molto ambient, alcuni suoni sembrano provenire da un disco di Brian Eno. Chitarre spensierate. Eccellente chiusura.

Storm Corrosion una moderna opera classica, quasi un sacrilegio non ascoltarlo….

Per informazioni: http://www.roadrunnerrecords.com/artists/storm-corrosion
Web: http://stormcorrosion.com
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