The Prophecy: Salvation

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Se temete per le sorti del doom, il quale secondo alcuni potrebbe inaridirsi, considerata l’esposizione che il genere sta recependo negli ultimi tempi, l’ascolto del pregevole Salvation dei britannici The Prophecy dissiperà con forza ogni dubbio. La estesa title-track che apre l’opera evidenzia l’adesione al segmento più introspettivo ed incontaminato del settore, esaltando le doti di cantore delle tenebre di Matt Lawson, il quale alterna toni disperati ma composti a gorgoglii inumani. L’apporto della rocciosa sezione ritmica sostiene il lavorìo incessante della sei corde di Greg O’Shea, pronta a squarciare i nembi che s’accavallano all’orizzonte con potenti sciabolate, salvo poi punteggiare coll’acustica episodi di sublime decadenza quali “Released”. Giunto alla quarta fatica discografica, il combo di Halifax si affida ancora una volta alle cure premurose di Greg Chandler (colui che con oculatezza operò sul precedente “Into the light”, prendete nota che la masterizzazione è stata curata dall’esperto James Plotkin), che coi suoi Esoteric non poco ha contribuito ad aprire nuove vie di comunicazione per un genere che, lo sappiamo, è ben poco incline alle novità. Ma se si ascolta un brano come questo, non si può non rimanere affascinati dalle mutevoli ambientazioni che ci attendono, ed è a questo punto evidente che la nostra passeggiata notturna tra le selve andrà affrontata col giusto stato d’animo. Così, cogitando sull’humana condizione, ringraziamo la Sorella Luna se c’illumina il cammino, fra declivi ammantati di musco e sentieri tracciati dal passaggio degli armenti, evitando i pericoli che una simile esperienza può celare… Come i loro concittadini My Dying Bride, anche John Bennet (il batterista, cito per completezza anche il valente bassista, ed ex-Tefra, Gavin Parkinson, sono loro il cuore pulsante dei The Prophecy) e compari amano le ambientazioni crepuscolari, lasciando emergere anche punti di contatto coi grandi Solstice del capolavoro dark “Lamentations”. E’ comunque evidente una affinità che lega i due insiemi, entrambi offrono in fatti una versione romantica del doom, ove non trova spazio la soffocante visione sonora dei colleghi legati all’ala più oltranzista e funerea, e nemmeno le concessioni ai seventies delle schiere devote al verbo sabbathiano. La breve (rispetto alle sue sorelle, essendo il minutaggio di questa inferiore ai cinque minuti) “Reflections” distende solenne le sue note sulla campagna ammantata di brina, pronta al risveglio al levarsi del sole, “In silence” è impreziosita dal violino e da una chitarra ambient, quando poi entrano le percussioni la marcia funebre ha inizio; credetemi, questo brano serrerà le vostre viscere, è uno dei più belli che mai mi sia capitato d’udire, si partecipa ad un accadimento luttuoso, sottolineato dai toni lugubri della sei corde di O’Shea che s’impossessa della scena a metà canzone. Il senso d’addio è sottolineato da un finale straziante, ove ancora una volta è il violino a segnare l’epilogo della cerimonia. S’intravedono tra la bruma le figure chine dei superstiti, intenti a piangere il caro estinto, le preci consolatorie dell’officiante e delle beghine che lo seguono a nulla valgono… L’esperienza accumulata in questi anni (sono in attività dal 1999, il debut “Ashes” risale invece al 2003) consente loro di mantenere il pieno controllo del processo compositivo/esecutivo, ed anche l’episodio che fa calare il sudario su Salvation si rivela emotivamente coinvolgente, almeno per l’uditorio incline ad accogliere la sua straniante bellezza: è azzeccato il titolo di “Redemption”, perché infine la luce fa capolino, lontano all’orizzonte, spandendosi poi pigra sui prati smeraldini. Bilanciando perfettamente rigurgiti death e melodia, dimostrando rispetto nei confronti dei precursori (come i citati Solstice) ed una schietta ostinazione nel voler comunque offrire una visione personale del doom più viscerale permetterà ai The Prophecy, ancora una volta, di meritarsi i giusti riconoscimenti, che non sono mancati fin dagli albori della loro carriera di fieri aedi del Destino. PS: fate attenzione, il monicker The Prophecy è ovviamente assai diffuso, ne ho contati diversi di gruppi che così s’appellano.

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