Cult of Youth: Love Will Prevail

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E’ uscito già da qualche mese questo Love Will Prevail, terzo lavoro di Cult of Youth, il progetto americano fondato dal polistrumentista Sean Ragon. Personalità forte ed accentratrice, quest’ultimo sembra abbia registrato l’album nello studio da lui stesso costruito nel retro del suo negozio musicale di Bushwick, Brooklyn, ove avrebbe vissuto giorno e notte per tutto il periodo di lavorazione: esempio affascinante di abnegazione… o mania? In ogni caso, il nostro, che era partito da forme vicine al folk/neofolk ma, per molti aspetti, più dure e dai contenuti politicamente un po’ ambigui – lo attesta il disco del 2011 Cult of Youth – oggi, grazie al fecondo contributo del batterista Glenn Maryansky e della violinista Christiana Key, sembra aver rinnovato il sound, introducendo elementi post-punk, ma lasciando una solida base folk. I risultati sono, a mio avviso, apprezzabili, se si amano le atmosfere oscure; i testi contengono tuttavia ancora vari elementi provocatori. La prima traccia è “Man and Man’s Ruin” che esordisce rilassata ed acustica con note di chitarra, ma prosegue in un crescendo, con l’introduzione di altri strumenti e della voce femminile, fino a disegnare una trama ‘orchestrale’ di grande effetto. “Golden Age” inaugura un ritmo ‘allegrotto’ dal curioso sapore ‘vintage’ e anche la successiva “Prince of Peace”, pur in ambito folk, sembra mantenere bizzarri legami con gli anni ’70. Ma in “Garden of Delights”, uno degli episodi migliori,  la voce di Ragon intensifica impeto e partecipazione in modo sorprendente, sfoderando il fervore che si ritrova in Nick Cave, mentre l’accompagnamento, oltre che della fidata chitarra, anche di spettrali note di violino, rende l’insieme assai intrigante. Seguono “A New Way (Version)” e “New Old Ways”, alati sogni psichedelici in dimensione corale, la seconda con controcanto femminile e un’indefinibile chiusa ‘ipnotica’ tutta da ascoltare. “Path Of Total Freedom” sembra un’incursione nel country folk americano: un divertissement  di un minuto o poco più ma, subito dopo, un gioiellino di pura, autentica new wave con chiusa freneticamente punk, “The Gateway” che, personalmente, mi ha fatto pensare ai Damned.  In “To Lay With the Wolves”, folk e oscura, si riaffaccia Nick Cave mentre nell’ultima, “It Took A Lifetime”, il romanticismo prevale – come l’amore del titolo! – producendo un ulteriore, riuscito esempio di contaminazione. I Cult of Youth sono decisamente in piena ascesa…

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