Demoncast: Livewire

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Il nuovissimo progetto ‘industrial’ Demoncast ha origini davvero remote: il suo fondatore, Ptyl, è infatti un musicista israeliano che ha deciso di trasferirsi in Europa per promuovere la propria crescita musicale.  Attivo da tempo – nel vecchio continente sono usciti tre suoi album per la Danse Macabre Records – il suo stile trae ispirazione principalmente dalla scena ‘electro’ e, appunto, ‘industrial’. Dall’unione con la cantante e songwriter Ariel Aviad nasce Livewire, che vede quindi l’introduzione di una voce femminile ma propone all’incirca le sonorità abituali. Dei cinque brani dell’EP, il primo. “Bitch”, è uno dei più gradevoli: elettronica energica, fortemente ritmata, Ptyl al canto e Ariel che si alterna a lui oppure lo sostiene con una sorta di controcanto. “Crack”, lunga ben otto minuti, è invece una delle tracce più sperimentali: inizia lenta e cadenzata, ma vi si innestano rumorismi vari e dissonanze di impronta ‘industrial’ di chiara ispirazione NIN; in seguito, nell’avvicendarsi della voce maschile e femminile, si fa in tempo a percepire anche le note morbide di una chitarra prima dell’efficace e potente esplosione di energia. Nella terza, “Poseidon’s Curse”, il gioco sembra farsi duro ma l’effetto ‘aggressivo’ è breve e viene poi diluito in una svolta quasi ‘rock’, con le due voci che interpretano un motivo fondamentalmente orecchiabile e non troppo originale. “Bad Intel” risente nuovamente dell’influenza dei NIN e così anche “Immortal”, l’ultima traccia, nella quale il contrasto fra i toni suadenti della cantante e la potenza dell’arrangiamento elettronico risulta particolare, Nel complesso, stiamo parlando certamente di cose già sentite: si spera in ulteriori sviluppi.

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