Iceage: You're Nothing

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Ogni tanto un po’ di hardcore fa bene! Siamo al secondo lavoro per gli Iceage, la giovanissima band danese che nel 2011, con il debut album New Brigade aveva suscitato insospettabili elogi: musica adrenalinica, palesemente legata al punk classico per le sonorità grezze ma oscura nell’anima come autentico post-punk. La furia di due anni fa la ritroviamo del tutto integra in You’re Nothing, un bel disco energico, dal linguaggio più ricco, che segna, per così dire, il passaggio alla maturità nonché alla label più importante, la Matador. Pur non inventando nulla di nuovo – e chi lo fa, di questi tempi? – l’hardcore disperato e nichilista degli Iceage coinvolge, colpisce e, nell’epigonismo oggi così diffuso, rende la band assolutamente riconoscibile e particolare. Il primo brano, “Ecstasy”, è una cavalcata fragorosa e scalpitante di chitarre rabbiose, dal sapore vagamente shoegaze, mentre la voce di Elias Bender Rønnenfelt ulula disperata e sconvolgente. Segue la super-abrasiva “Coalition” che ci tartassa i nervi come un tempo facevano Dead Kennedys e simili, ma “Interlude”, pezzo strumentale di meno di due minuti, è un concentrato di atmosfera cupa e angoscianti rumori industrial. Con “Burning Hand” siamo letteralmente sopraffatti da ritmo e velocità con Rønnenfelt che continua a cantare la sua disperazione, mentre “In Haze” è un turbinio di basso e chitarra all’inseguimento della voce che sembra in stato di ebbrezza. Ma la rivelazione arriva con “Morals”, basata sorprendentemente su un vecchio brano anni ’60 della nostra Mina intitolato “L’ultima Occasione”, che proprio non so come i nostri possano aver conosciuto; questo è quanto di più simile ad una ballata gli Iceage abbiano finora prodotto e il risultato è toccante, quasi patetico: il ritmo è per forza di cose rallentato e reso solenne anche dal piano, mentre Rønnenfelt, come fosse animato dallo spirito di Nick Cave, dà assolutamente il meglio di sé alternando potenza a struggente malinconia. In “Everything Drifts” il basso è in stile new wave ma ad una velocità incredibile: un post-punk in cui però prevale il punk. Per gli amanti del vero hardcore impedibili anche “It Might Hit First” e “Rodfæstet”, un minuto e mezzo di durata per uno, praticamente due brutali cannonate in fila. Chiude la title track con lo stesso ‘balletto’ shoegaze della chitarra, proprio come in “Ecstasy”. Alla fine si resta quasi senza fiato: ma vi accorgerete che quella mezz’ora o poco più di musica di You’re Nothing, è stata un’esperienza realmente forte.

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