Monozid: A Splinter for the pure

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Uscito da qualche mese, A Splinter for the pure  è il nuovo full-length – dopo il primo album, Say Hello to Artificial Grey, risalente a tre anni fa – dei Monozid, band tedesca proveniente da Lipsia, in attività già da una decina d’anni. Per questo lavoro si sono avvalsi della produzione di Peter Mavrogeorgis, molto noto nell’ambiente per le sue collaborazioni con  Grinderman, Philip Glass, The National e S.C.U.M. e si sono dunque spostati a New York. Ma il loro stile musicale fa piuttosto riferimento al post-punk  anni ’80 in tutte le sue principali caratteristiche: basso martellante, ritmi pulsanti ed atmosfere decisamente oscure. Apre “(Glowing) Big Stars” con accordi tiratissimi di chitarra ed il cantante Franz mostra subito un certo carisma; subito dopo, “A Room for the Damned” ha la sua forza nel motivo energico alla tastiera, nel ritmo incalzante e nel canto alla Bauhaus, tanto che saprebbe ben scatenare le danze in una seratina ‘dark’. “Details (Moving)”, spettrale e disarmonica, risente ancora fortemente dell’influenza Bauhaus, mentre “In Shades” che rallenta cupissima, sembra guardare ai Joy Division. Piuttosto curiosa “Hello Bomb” che sfodera una chitarra acida in stile shoegaze, ma la title track è, a mio avviso, uno degli episodi migliori, un vero ed autentico ‘distillato’ post-punk. Torna l’atmosfera spettrale con “The Drowning”, dove la batteria rumoreggia secca e nervosa inseguita da lunghe suggestive note di chitarra che comunque, anche in “Dead End”, fa una gran bella figura. Chiude  “The Desperate”, uno dei brani più strutturati e complessi, ben sostenuto dal synth e da un ritmo frenetico, quasi affannoso. A Splinter for the pure, in sostanza, è un lavoro certo non originale ma onesto e curato; tutto sommato credo possa valere la pena di andare ad una delle date del tour italiano dei Monozid: chi è interessato le troverà qui.

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