Psycho Praxis: Echoes from the deep

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Pur affondando le proprie radici nella palude hard progressive settantiana, Psycho Praxis non risultano un insieme semplicemente votato alla reiterazione di una formula collaudata (e financo esausta), proponendosi in una breve serie di motivi (sei in tutto dei quali uno strumentale) ricchi di spunti di interesse e di soluzioni assai gradevoli (senza per questo cercare il consenso a qualunque costo). Il profondo solco dark (“P.S.M.”, “Hoodlums”, “Black crow”) nel quale si inseriscono si confronta colle atmosfere umbratili evocate da insiemi quali Atomic Rooster e coevi (ma anche dagli attuali Areknames), ossia viene posta l’enfasi sulla coralità, e le fosche tinte dipinte dai nove minuti di “P.S.M.” non soffocano, bensì coinvolgono l’uditorio in un cangiare continuo di situazioni. Sarà perchè, ascoltando questi pezzi, mi sovvenivano frammenti da “Ritratto di donna velata” o da “Il segno del comando” che periodicamente emergono dalla fossa della mia memoria, comunque l’approccio alla composizione seguito da Paolo Vacchelli e colleghi lascia ampio spazio all’immaginazione, facendo di chi ascolta lo spettatore di una vicenda. Come in quegli sceneggiati di quarant’anni fa, emerge la maestria degli interpreti, che fanno propri i singoli ruoli, in una rappresentazione sentita di episodi ove il flauto del cantante Andrea Calzoni ben si sposa alle atmosfere liquide create dalle tastiere, sulle quali s’innesta l’indomita chitarra del citato Vacchelli. Fondamentale il contributo della sezione ritmica, Matteo Marini e Matteo Tognazzi sono puntualissimi nei loro interventi, mai fuori posto. Lo strumentale “Awareness” è l’episodio più strettamente legato ai ’70, tanto da apparir come un esplicito omaggio a quel decennio: un infinito duello fra chitarre, tastiere, basso e batteria che ben introduce la conclusiva “Noon”, ove è il flauto a far sentire il peso della sua presenza. Psycho Praxis dimostrano la bontà delle scelte attuate dalla bottega Black Widow Records, label che fa della sostanza la sua ragione d’essere; una vera e propria missione. Poche etichette possono vantare infatti un tal catalogo, facciamone un merito, e proseguiamo nell’esplorazione. Revivalismo? Anche no, qui è proprio la più sana delle passioni a far bella mostra di sé: quella che fa amare quest’Arte.

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