Hurts: Exile

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Dopo il fortunatissimo Happiness, gli Hurts rilasciano il secondo album, Exile che, ovviamente, tutti aspettavano in gloria. Visto che già il primo mi era parso molto sopravvalutato, ho ascoltato quest’altro con scarsissime aspettative: quando il recupero delle sonorità anni ’80 si abbina al perseguimento di scopi palesemente commerciali ed ha come obiettivo la conquista delle classifiche non può che destare la più totale indifferenza. Non indigni la durezza del giudizio: il livello dei brani di Exile – la maggior parte dei quali non sono poi davvero brutti! – è tale che potrebbero essere proposti senza problemi al Festival di Sanremo ed avrebbero sicuramente successo. I testi improntati alla malinconia ed alla solitudine sono solo una parte del gioco: per il resto prendiamo atto dell’estrema cura della confezione, di un’ispirazione che, nel migliore dei casi, sembra rifarsi ora ai Depeche Mode, ora ai Muse, ora ai Coldplay, e di un sound che più patinato di così si muore. La title track sembra un brano dei Depeche Mode cantato da Matt Bellamy ma non ha il fascino di nessuno dei due: tastiera, chitarra ed un motivetto accattivante. Segue “Miracle”, il primo singolo tratto dall’album: ascoltandolo, non è difficile immaginare i coretti dei fan che ne ripetono il ritornello; ma con “Sandman” arriva il primo clamoroso scivolone e quanto sia pacchiano l’effetto delle voci bianche ‘robotiche’ che si alternano al canto di Theo Hutchcraft si può comprendere solo sperimentandolo sulle proprie orecchie. “Blind” propone ancora cori – deve essere la fissa dei due, a questo giro – e sarebbe disonorevole paragonarla ai Coldplay, come qualcuno ha fatto: qui il Festival di Sanremo prevale, i poveri Coldplay non mi risulta siano mai arrivati a tale livello, tuttavia non li conosco bene, quindi non posso esserne certa. “Only you” è un pezzo prettamente elettronico con qualche intervento della chitarra abbastanza riuscito: benché la melodia sappia di ‘già sentito’, tutto sommato non è male; “The Road” che, a quanto pare, è ispirato dalla lettura dell’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, a mio avviso è uno degli episodi migliori, con tentativi di sperimentare sonorità ‘industrial’ – ovviamente all’acqua di rose, ma contentiamoci! – e pervaso da un afflato drammatico che sa coinvolgere. Ma “Cupid” mi ha fatto sobbalzare: inizia come “A Pain That I’m Used To” dei DM, come hanno potuto osare, maledetti? Non aggiungerò altri commenti, se non che in “Help” c’e Elton John che suona il pianoforte (!). La mia opinione su questo lavoro degli Hurts di certo è sufficientemente chiara, così come è chiaro che ho voluto parlarne per puro dovere di cronaca. Ma se questa direzione intrapresa dal gruppo sarà definitiva, credo che le strade di Ver Sacrum e degli Hurts da qui in poi si divideranno: non basta essere di Manchester…

TagsHurts
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