Kadavar: Abra Kadavar

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Il clima di generale restaurazione che sta investendo il rock (sia esso hard che alterna) continua a produrre, sembrerebbe un controsenso!, band di assoluto rilievo. I tre Kadavar (appena venni a conoscenza di un combo che si appellava in siffatto modo mi misi alla ricerca di ogni info utile) pubblicano per la sempre più influente label teutonica Nuclear Balst il loro secondo albo, titolandolo semplicemente Abra Kadavar, e fra riff diagonali, cantato che ricorda parecchio il buon Bobby Liebling (Pentagram), sezione ritmica solida e squadrata, imbastiscono una serie di brani dalla struttura essenziale sì, ma pregni di psychedelia stonata (“Liquid dream”, “Rhythm for endless minds”). E che in “Black snake” non prova il benché minimo imbarazzo nel citare spudoratamente i Black Sabbath. Bene così, perché da Birmingham si è diffusa l’epidemia che continua a contaminare anime più o meno giuovini, e riferimenti più o meno camuffati ad Osbourne e co. non si contano, scorrendo le note di Abra Kadavar. Senza per questo provare quella sensazione irritante di muffa che caratterizza altre produzioni contemporanee, il secondo parto lungo dei berlinesi s’inserisce a pieno diritto in quella corrente sotterranea che Lee Dorrian ha contribuito a ri-portare alla luce coi suoi Cathedral. Rimestare nel pentolone ribollente del passato per trarne nuove ricette compositive, e sopra tutto farlo con passione certosina. Certi che, riesumando i cadaveri eccellenti che la storia del rock si è lasciata alle spalle, qualcosa di buono infine si trarrà. Nell’attesa che mi venga recapitato “The circe and the blue door” dei Purson (recensione assicurata, prometto!), Abra Kadavar mi tiene buona compagnia!

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