“Confessions” di Tetsuya Nakashima: vendicarsi è un’arte…

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E’ passato solo qualche giorno dalla visione di Confessions di Tetsuya Nakashima, continuo a ripensarci e mi sento confusa: so che il film mi ha affascinato, ma mi ha anche lasciato disorientata, smarrita…praticamente sopraffatta. Cominciamo dal principio: Confessions è una pellicola giapponese del 2010; il suo regista è affermato in patria già da molti anni e conosciuto soprattutto per lo stile vivace ed ironico. Quest’opera tuttavia si distacca nettamente da tale stile e colpisce moltissimo la critica, così da essere scelta come candidato giapponese agli Oscar 2011. Resterebbe da capire come mai in Italia non sia stata distribuita fino al 2013, ma questa è la solita vecchia storia di cui non vale la pena di parlare.

Il film si ispira al romanzo di Kanae Minato, qui da noi edito da Giano, ed inizia con la confessione di Yuko Moriguchi, professoressa di scienze in una scuola media superiore, che annuncia alla sua classe l’abbandono dell’insegnamento e svela che la morte della sua bambina di soli quattro anni, da tutti creduta un incidente, in realtà è un omicidio: i suoi autori sarebbero due degli alunni seduti nell’aula. La donna non indica il nome degli assassini, ma il suo racconto consente a tutti di capire di chi si tratti. Il suo lungo discorso innesca un meccanismo di vendette di incredibile portata e, in particolare, mette in luce la realtà umana e psicologica dei ragazzi allievi della professoressa: ciò che allora si comprende del mondo giovanile in Giappone e dei metodi educativi con i quali viene gestito è talmente triste e desolante, talmente inspiegabile e oscuro da far letteralmente rabbrividire. Del resto, visto quanto ultimamente la tematica adolescenziale sia presente nel cinema e nella letteratura di ogni paese, bisogna pensare che, nell’ambito della famiglia e della scuola, ci sia un problema generalizzato o forse più di uno. Abbiamo diverse confessioni nel film di Nakashima: quella di Yuko Moriguchi è soltanto la prima ed è seguita da quelle degli altri personaggi della vicenda, in primis gli autori dell’assassinio della piccola Manami, ma anche qualche altra figura a loro vicina. Con sgomento si apprendono dunque le motivazioni che hanno spinto due ragazzini di tredici anni a sopprimere un’innocente e con angoscia si finisce con il decidere che il gesto resta ingiustificabile: seguire le vicissitudini familiari che hanno causato il loro disadattamento, il dolore per l’abbandono di uno e l’insofferenza per la solitudine dell’altro, non contribuisce a disporre gli spettatori più favorevolmente nei loro confronti. Rimane, in fondo,  un ‘quid’, un elemento insondabile di cui si percepisce in qualche modo la malvagità e che sembra trovarsi in tutti gli adolescenti che popolano la scuola della professoressa, come se fosse connaturato a quella fase dell’esistenza. Considerando poi quanto problematici appaiano anche gli adulti che dovrebbero sostenere questi giovani e prepararli alla vita, dobbiamo concludere che Confessions rappresenti uno sguardo ‘privilegiato’ ma impietoso su una società profondamente malata al suo interno, costituita da persone fragili, talmente incapaci di gestire la propria infelicità da non poter fare a meno di trasmetterla ai loro figli. Una società del genere, dunque, può solo implodere oppure esplodere e Nakashima opta, per così dire, per entrambe le possibilità: nell’’implosione’ altri perdono infatti la vita inutilmente, spazzati da una furia oscura e bestiale; nel finale, invece, l’esplosione rimane in verità una metafora in sospeso, per quanto plausibile possa sembrare l’analogia con un’altra deflagrazione catartica conclusiva che il nostro Antonioni pose al termine di uno dei suoi film più ‘sociali’.

La confessione della professoressa Yuko Moriguchi è un vero pezzo di bravura registica e recitativa: il racconto scaturisce dal viso impietrito della brava attrice che la impersona, Takako Matsu, a cui si alterna la rappresentazione materiale degli eventi descritti. L’uso frequente dello ‘slow motion’ conferisce alle immagini una straordinaria suggestione e ogni tanto appare il cielo, quasi sempre inquieto di nuvole sparse. Inoltre, la colonna sonora in sottofondo anima il clima nerissimo con una sorta di ambiguità: la musica in effetti scorre di continuo, come elemento indispensabile; mai apprezzata tanto la capacità dei Radiohead di creare atmosfere, e pensare che non mi piacevano neanche. I ragazzini protagonisti della tragedia sono vittime e, insieme, mostri. E’ la professoressa stessa, in realtà, ad illustrare agli alunni, con poche, gelide parole, la natura tristemente vuota della loro generazione, allorché spiega che essi sono ossessionati da sé stessi, e la loro unica preoccupazione è di riuscire a sposare una popstar, eppure sono talmente sciocchi da dire che non vogliono più vivere. Nakashima approfitta dell’occasione per trattare il problema degli ‘hikikomori’, divenuti in Giappone da tempo un fenomeno diffuso ed ora presenti anche in molte altre società: sono coloro che rifiutano la vita in comune e ne scelgono una solitaria, chiusi fra le mura di una stanza. Ma questa è solo una delle tematiche che ritroviamo in Confessions: in primo piano emerge il problema esistenziale dei giovani e del loro intricato sviluppo in relazione ad un universo adulto completamente inadeguato che non sa dispensare nemmeno amore; c’è il dolore di una perdita ingiusta, così difficile da contenere in modo razionale, e la rabbia e l’incontrollabile sete di vendetta che esso altresì provoca. Tutto questo concorre a creare un’opera cruda ma a volte commovente, coinvolgente come un melodramma ma anche terrificante, sicuramente complicata da descrivere. Per questa ragione va vista, a costo di sentirsi smarriti come è successo a me.

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