Electric Sarajevo: Madrigals

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Il suono avvolgente di “Lost, Impero”, track opportunamente posta in apertura di Madrigals, è intriso di melancholia, d’un manifesto sentimento di perdita. Di smarrimento, un po’ come quell’automobile che, in copertina, percorre un’autostrada semi-deserta che taglia in due una fitta boscaglia: pare volerci condurre in un luogo indefinito, eppur la meta parrebbe non casuale, ed a qualche passeggero finanche nota. Certamente dall’ascolto di queste nove tracce emerge la dimestichezza che i musicisti coinvolti nel progetto hanno con le sonorità che lambiscono i confini del rock canonicamente inteso e che traggono linfa vitale dalle esperienze maturate da altri complessi capitolini, che hanno reso Roma uno dei laboratori più interessanti ove nuove modalità espressive, riuscito melange di dark, psichedelica, prog ed elettronica, vengono incubate e studiate con attenzione (“Teresa Groismann”). Nel caso degli ES è netta l’ultima componente citata, assicurata dai synth di Stefano Tucci (polvere wave viene sparsa con dovizia da Paolo e Marco Soellner dei fondamentali Klimt 1918, ospiti d’onore che pongono il loro suggello su episodi che sanno assumere contorni magniloquenti come “The madrigal”), anche se le chitarre non vengono certo relegate al ruolo di comprimarie. Sono canti di morte (“City dream”), è la consapevolezza che la speranza non potrebbe bastare, ma forse non tutto è ancora finito, e tra le rovine si troverà infine la forza per ricominciare. Non a caso Sarajevo, città simbolo della ferocia e dell’odio portati alle loro estreme conseguenza, viene citata nel nome del gruppo, perché il ricordo, a chi ha assistito da lontano al consumarsi di un dramma collettivo i segni del quale sono ancora evidenti, a volte viene relegato in un canto, perché si prova un senso di reale inquietudine, solo ad evocare quei mesi di sangue da noi scanditi dalle cronache, ma dimenticare significherebbe commettere un altro, imperdonabile errore. Madrigals sa innalzarsi nel cielo (“The sky apart”), come una rondine che guizza fendendo l’aria, e si congeda con gli scatti nervosi di “If you only knew”, forse la fine d’un viaggio, l’epilogo d’una esperienza, sicuramente solo una tappa. Almeno così ci auguriamo, perché degli Electric Sarajevo sarebbe interessante scoprire anche i lati che in Madrigals sono rimasti nascosti nell’ombra, e che probabilmente potrebbero essere fonte di ulteriori e positive nuove.

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