Karl Bartos: Off The Record

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Non ha mai smesso di fare musica nonostante il suo nome sia indissolubilmente legato ad un grande progetto del passato: Karl Bartos entrò nei Kraftwerk nel 1975 e vi suonò le percussioni elettroniche ed il sintetizzatore fino al suo abbandono nel 1990, dopo aver lasciato il segno in molta della produzione della band di quel periodo: sue furono per esempio le gloriose “The Model” e “Computer Love”, divenute classici noti a chiunque. In seguito egli si è trovato a collaborare con altri nomi di spicco, come Bernard Sumner, Johnny Marr e OMD. Off the Record è il suo secondo album da solista ed è un lavoro abbastanza godibile, in cui il suo autore dà prova di una maturità acquisita per forza di cose. Non deve meravigliare che vi si ritrovino le sonorità tipiche dei grandi Kraftwerk: Bartos vi militò proprio nella loro fase più positiva e feconda. Le dodici tracce provengono per molta parte dal lavoro da lui svolto a quel tempo e, per l’occasione, egli ha voluto non solo rispolverarlo ma anche riattualizzarlo aggiungendovi del nuovo, pur senza privarlo di quelle caratteristiche che hanno rappresentato il marchio di fabbrica del mitico gruppo di Düsseldorf: inevitabilmente, trattandosi di musica spesso ‘riciclata’, il livello dei brani non è sempre buono. La scelta di continuità emerge tuttavia persino nei dettagli: si veda ad esempio la copertina del disco, con l’immagine di Bartos in forma di ‘robot’ che sembra provenire direttamente dagli anni ’80. L’opener “Atomium”, uscito anche come singolo, è uno dei pezzi più gradevoli: l’esordio arioso introduce suoni quasi un po’ solenni abbinati al canto ‘robotico’  di kraftwerkiana memoria. Subito dopo, “Nachtfahrt” ci offre un buon esemplare di techno-pop più facile ed orecchiabile, oltre che un saggio della voce ‘naturale’ di Bartos, mentre “International Velvet” opta per sonorità più morbide ed accattivanti, una lezione ben appresa per esempio dagli Air. “Without a trace of emotion”, che sembra in verità un brano dei New Order, precede il breve divertissement sempre kraftwerkiano “The Binary Code” e la più lunga “Musica ex machina”, una delle tracce più deboli, talmente retrò da apparire ‘preistorica’. Da segnalare, infine, “The Tuning of the World”, una melodia lineare ma piacevole, con un testo curiosamente malinconico ed introspettivo e Rhytmus”, perché è precisa identica a “Computer World”: attacco di nostalgia o carenza di inventiva?  Sia quel che sia, vi è ovunque una classe di fondo che, per fortuna nostra e di Barthos, è davvero senza tempo.

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