Purson: The circle and the blue door

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La recente deriva acida che ha coinvolto una consistente frangia di doomsters vede incarnarsi nei Purson di Rosalie Cunningham il suo spirito più legato ad una tradizione tutta albionica che fonde atmosfere cupe ed introspettive ad una inclinazione assai spontanea per il folk più umbratile. Vecchie storie di fantasmi e di lunghi pomeriggi trascorsi ad attendere che spiova, sorbendosi con gesti  misurati un the (caldo al punto giusto), osservando la guardinga volpe muoversi circospetta tra ciuffi d’erba smeraldina. Rosalie, che in “Wake up sleepy head” rende omaggio allo stile di Susan Janet Ballion, canta ispirata, mentre la band compatta la segue, percorrendo con passo fermo i sentieri del Dartmoor, affondando cogli stivali nella mota, alla ricerca del suono perfetto che non deve essere asservito alla tecnica, bensì funzionale al risultato corale. Che è, per episodi magnificamente descrittivi quali “Spiderwood Farm”, la sublimazione delle emozioni, del calore umano. Sorprendono in “Sailor’s wife’s lament” i punti di contatto che si possono stabilire coi nostrani Belladonna, considerando le forti tinte noir che assume questa canzone in bilico fra ballata marinara e racconto horrorifico. Quando il circo avrà levato le tende, chissà quali misteri si lascerà alle sue spalle… Gli Dei di Britannia benedicano i Purson, mentre lento il fumo si leva dalle pire votive accese dagli anziani Sacerdoti detentori d’antiche conoscenze! “Leaning on a beach” è sottolineata dall’organo, stromento che la abbellisce d’orpelli, dei quali “Tempest and the tide” si spoglia, denudando il sentimento più intimo, col mellotron che entra con estrema efficacia, e gran discrezione, in questa ballad dai toni sommessi. “Mavericks and mystics” è brano da live, affiorano pulsioni glam-rock (udite udite la chitarra!), anche se è il nero (pur con pizzi e merletti) a prevalere ovunque, quello di una notte ancor lunga. L’adesione al dark sound più occulto viene sancita da “Well spoiled machine”, mentre “Sapphire ward”, inserita in una track-list di cotanta portata, appare addirittura ordinaria, rivelandosi infine solo meno immediata di altri. La voce di Rosie incanta “Rocking horse”, ancora lustrini abbandonati sulla scena, ma qualcosa di terribile pare sia accaduto dietro le quinte: il mellotron lo lascia presagire, riempiendo lo spettro sonoro col suo lamento; in “Tragic catastrophe” si consuma il dramma: il magniloquente epilogo d’una opera fantastica viene affidato a svenevolezze a la Roxy Music che provano in un angolo, nella penombra d’un locale di periferia. Fra tanta decadenza… “…take off the make-up…”, è ora d’andare… Sapranno i Purson ripetersi? Riusciranno a mantenere intatto lo spirito libero di The circle and the blue door? Quesiti ai quali per ora non voglio lasciare spazio, perché sarà il Tempo a decidere per loro (e per noi…). Lee Dorrian è un buon Garante, la sua scuderia è ricca di cavalli di razza (ed altri se ne sono accorti… e la corte sfrenata delle big del mercato ha già conquistato Ghost B.C.). Questo disco è così bello che altro per ora non voglio né posso pretendere…

Per informazioni: http://www.riseaboverecords.com
TagsPurson
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