A Pale Horse Named Death: Lay my soul to waste

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Basterebbero un siffatto moniker e la presenza di Sal Abruscato a sentenziare il definitivo trionfo di Lay my soul to waste, seguito di quel “And hell will follow me” del 2011 che sancì l’entrata in scena dell’ex drummer di Type O Negative e di Life Of Agony in tandem con un altro brookliniano, Matt Brown (chitarrista, produttore e rodato turnista, ha prestato i suoi servigi live, fra gli altri, ai Jane’s Addiction). Reclutato un altro TON quale Johnny Kelly ed il chitarrista Eddie Heedles, utili per perfezionare il combo in sede concertistica, i due hanno assemblato l’ennesimo capo-lavoro di metal doomish percorso da brividi gothici, rimembrante sì il glorioso passato dei nostri sotto le bandiere di Vinland e di altre congreghe di berserker, ma inoculando nel suo tessuto malato abbondanti dosi di Alice In Chains. L’esperienza non fa difetto, ed i due imbastiscono trame che non mancheranno di fare breccia nei cuori di coloro che hanno innalzato “Bloody kisses” ovvero “October rust” al rango di dischi della vita, e “Shallow grave” ed “In the sleeping death” presto richiameranno al suo dovere la Nera Mietitrice, la quale non potrà certo sottrarsi ad un giuoco crudelissimo che Abruscato dimostra di conoscere a menadito. Riff marmorei salgono al cielo come meste litanie, è canto di Morte innalzato dinanzi alla tomba, colla terra ancora fresca ed il pungente aroma del cipresso a penetrare le nari dei presenti, avvolti dal freddo sudario del Dolore, mentre l’officiante, seguito dallo sparuto manipolo di chierichetti, abbandona il camposanto e con esso la Vedova al suo strazio (“Cold dark morning”). Non mancano, come potrebbero?, le influenze sabbathiane (“Day of the storm”), consolidate in un chitarrismo cupo ed epico, cinico nel suo scivolare lento ed inesorabile come un mare di lava che tutto travolge, silente e mortale. Ma essendo appunto dei veterani, Abruscato e Brown conoscono le regole del music-biz, ecco allora che la melodia viene, seppur parcamente, distribuita al desco dei mendici, perché è questa una ricetta semplice, essenziale, ma quanto mai efficace: senza quell’ingrediente è assai arduo raggiungere il successo, seppur underground, e certi precetti vanno rispettati, sempre (“DMSLT”). Ecco perché Lay my soul to waste potrebbe ampliare notevolmente l’audience di APHND: non solo orfani di Type O Negative, non solo nostalgici perseveranti di “Dirt”, bensì una platea potenzialmente ben più vasta. L’albo si presta inoltre, verificate le sue dinamiche, all’esposizione dal vivo, sono certo che, se qualche dubbio ancora residua, verrà presto spazzato via dalla potenza inaudita espressa da queste dieci (più intro) tracce, APHND non è un semplice progetto di due musicisti le carriere dei quali non verranno messe in discussione da eventuali esitazioni, se ce ne saranno, bensì un nome ormai consolidato nell’ambito della musica più obscura.

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