Attrition: The unraveller of angels

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Quello mio con gli Attrition è stato sempre un rapporto non semplice. Si tratta, infatti, di un gruppo indubbiamente di culto, nato in un periodo d’oro per le sonorità di riferimento di tutta la scena industriale e oscura. E il gruppo di Martin Bowes affonda proprio lì le proprie radici, in quella zona d’ombra tra musica industrial, electro e gotica. La particolarità di questo progetto è che è sempre stato difficile inquadrarlo, la sua musica è sempre stata sfuggente; personalmente non ho mai saputo cosa aspettarmi dalla loro prossima produzione e, dopo averli ascoltati, i loro dischi svaniscono rapidamente dai miei ricordi (escluso, direi, Etude). Anche del loro concerto, che vidi parecchi anni fa allo Slimelight di Londra, ho pochi ricordi. Anche in questo caso ho dovuto ascoltare parecchie volte The unraveller of angels prima di decidere di recensirlo, perché non riuscivo a farmene un’idea e ancora adesso non sono certo di essermela fatta. Ma tant’è… La breve intro “The unraveller”, un breve brano ambientale impreziosito dalle note di un piano ci introduce all’opera che prosegue con la base drum’n’bass di “Karma mechanic”, su cui si innestano gorgheggi liricheggianti e voci roche. “Narcissist” prosegue su una linea su una base più vicina a certa trance ma in realtà non si distacca poi molto dal brano precedente, come “Histrionic!”, nuovamente d’n’b caratterizzato dai suoni del violino e del violoncello; si ammorbidisce nuovamente “One horse rider”, più eterea ma che piano piano si va gonfiando. Il CD si dipana in questo modo per buona parte della sua durata fino ad arrivare a quelli che, nella mia opinione, sono i due brani più interessanti, ossia gli ultimi due: “Hollow latitudes”, brano quasi cameristico di dieci minuti scarsi introdotto da un duo di pianoforte e violino che vengono gradualmente sostituiti da un’elettronica a metà strada tra dark ambient e drum’n’bass, e “The internal narrator”, caratterizzata da un’introduzione in stile avanguardistico sovrapposto alle dissonanze di una chitarra in feedback. Nel complesso un disco che, ancora una volta, mi lascia disorientato; se fosse stato tutto del livello degli ultimi due brani sarebbe stato recensito dal sottoscritto con toni sicuramente più entusiastici; purtroppo, per buona parte della sua durata, i brani si susseguono tutti piuttosto simili tra loro e se, all’inizio, possono suonare interessanti, alla lunga lasciano una traccia molto labile nell’ascoltatore.

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