John Robb: Manchester 1977 – 1996

0
Condividi:

A fine anni settanta la città di Manchester era ferma su un binario morto. Apparato industriale azzerato, disoccupazione a livelli insostenibili, povertà diffusa, intieri quartieri abbandonati al degrado. Un tessuto sociale ed economico prossimo al collasso, nessuna speranza per il futuro, e la Tatcher al Governo… Beh, come giustamente notava un mio carissimo Amico, non è che oggi qui in Italia si stia meglio che nel Nord dell’Inghilterra allora… Manchester 1977 – 1996 (rende molto di più il titolo originale, “The North will rise again – Manchester Music City 1977 – 1996) traccia una linea tra quello che accadde nell’anno del big bang musicale ed il 1996, quando gli ultimi, e più illustri figli della città, gli Oasis, raggiunsero il culmine della loro parabola artistica, il successo planetario: alla cuspide fece seguito il trasferimento della band di (What’s the sory) Morning glory?” a Londra… Si narra che tutto ebbe inizio con i due concerti dei Sex Pistols alla Lesser Free Trade Hall, 4 giugno e 20 luglio del ’76. Pochi i presenti. Pete Shelley e Howard Devoto fra questi. Ma da allora accedde qualcosa. Un cerino acceso era stato gettato in una pozza di benzina. Inevitabile il divampare del sacro fuoco del punk. I Buzzcocks esistevano già, ma non erano ancora usciti allo scoperto. Peter Hook decise che avrebbe suonato il basso, ed andò a comprarsene uno. Morissey scrisse una lettera-recensione al NME (sempre modesto, Moz!), Billy Duffy giura di conservare ancora i biglietti ed il poster della seconda serata, e dobbiamo credergli, di spalla suonarono gli Slaughter & the Dogs, e di questo non è l’unico a rammentarsene. Punk-glam di strada! Ecco che improvvisamente Manchester si muove, almeno nell’ambito delle sette note, ecco che fioriscono gruppi, iniziative. Per noi Manchester equivale a Joy Division/New Order. E troppo spesso la colleghiamo a ciò che accadde la mattina del 18 maggio 1980. Ma vennero i New Order, che li si ami o che li si odi non si possono tralasciare ai margini. Eppoi i Magazine, fini ed eleganti tessitori di trame melodiche che molto debbono all’art rock di Roxy Music/Bowie, perchè il glam non può mancare in nessuna biografia che conti qualcosa. Sia quello più pretenzioso che quello più schietto, immediato, proletario di Slade e Sweet (garante Mick Rossi degli Slaughter & t.d.!). Morissey e Marr che vogliono diventare la coppia di Autori più famosa del mondo, e per poco non ci riescono (accontentiamoci di quanto ci hanno consegnato, racchiuso in un cofanetto sigillato da un nastro di raso, ed ogni tanto apriamolo e traiamone un monile a caso…). Manchester 1977 – 1996 è un libro di personaggi, alcuni tristi, altri troppo esuberanti, di dj che lanciano tendenze e di frotte di ragazzi che accorrono ad ascoltarli, di belle sagome e di drogati che bruciano loro stessi ed una carriera per una pasticca… E’ la loro voce che con felice intuizione Robb porta in superficie, lasciando che le parole di Ian Brown o di Shaun Ryder cadano come ciotoli nello stagno, coi cerchi concentrici che si accavallano. L’Autore si limita a qualche stringato commento, introducendo i capitoli che si susseguono a ritmo di house l’uno dopo l’altro descrivendo così, magnificamente, l’umore, il rumore, la povere dei party infiniti, i successi effimeri, i fallimenti. Manchester che costruisce la sua leggenda ponendo a fondamenta il genio e l’intuizione di un manipolo di sognatori (Tony Wilson per primo), che presto però dovranno fare i conti con una realtà divenuta troppo grande, letteralmente ingestibile per degli inguaribili puri come loro. L’Hacienda (quanti tentativi di replica esistono) che intreccia i suoi destini con quelli della Factory, l’unica etichetta che possiamo definire autenticamente indie: mettere al proprio centro i gruppi, gli Artisti, non gli affari. Un suicidio, annunziato, un altro come quello del maggio del 1980. Il successo a portata di mano, lasciato scivolare via. Come fecero gli Happy Mondays, o gli Stone Roses. O come Martin Hannett che crea un suono, che scivola nel buco e che da questo risale in superficie, per poi eclissarsi nuovamente e non tornare più… Ma ci fu anche chi scelse di resistere, di continuare lungo una strada secondaria, parallela a quella che porta dritta dritta alle grandi arene, ai contratti milionari (i Charlatans). Manchester finisce nell’agosto del 1996, sul prato di Knebworth, cogli Oasis che suonano davanti a 210/250 mila persone, accorse lì proprio per loro. Due date, come per i Pistols venti anni prima. Ma Man/Madchester tornata preda della violenza ed in mano alla malavita (lo spaccio aveva assunto dimensioni da bilancio di multinazionale) non era più quella del ’76, quella delle sale da ballo riciclatesi al punk. Anche se le radici musicali che assorbono decenni di cultura di strada non si prosciugano così, come il corso di un fiume deviato da una diga. La città è ora un simbolo della modernità, le sue vie sono illuminate, pulite, i capannoni fatiscenti insistono solo nelle fotografie dell’epoca. L’innocenza sì, quella è perduta, irrimediabilmente dissipata. Ma the North will rise again, prima o poi, di questo possiamo essere certi…

Odoya – Odoya Cult Music

2013

Euro 20,00

Pagg. 402

http://www.odoya.it

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.