Luc Arbogast: Canticum in terra

0
Condividi:

Normalmente si cerca di recensire un CD in un periodo più prossimo possibile alla sua uscita e, quando lo si riesce ad ascoltare solo dopo un periodo abbastanza prolungato, si tende a lasciar stare, preferendo magari qualcosa di più recente; in realtà, a me capita abbastanza di frequente di trattare cosa non recentissime: in questo caso, il motivo è che sarebbe un peccato far passare sotto silenzio questo particolarissimo personaggio francese, di cui credo non si sia mai parlato su Ver Sacrum. Si tratta di un musicista francese, alsaziano dalla parte del padre e di madre tedesca, innamorato dell’epoca medievale, alla quale è ispirata la sua produzione medievale. La sua passione non si limita alla sola musica ma anche, per quanto possibile, allo stile di vita, alla letteratura fantastica ambientata in quell’epoca, e così via. Probabilmente, se qualcuno dei nostri lettori si è dilettato a girare il territorio francese, potrebbe essergli capitato di vederlo suonare nei pressi di una delle meravigliose cattedrali gotiche del paese (io stesso, forse, lo vidi suonare anni fa nella piazza della cattedrale di Strasburgo); è autore di quattro CD, credo tutti autoprodotti, tra i quali questo Canticum In terra è il più recente. Si fa qui accompagnare da alcuni musicisti di talento: Jean-Louis Renou alle percussioni, Melinda Bressan al flauto traverso, Aliocha Regnard alla nyckelharpa (una sorta di via di mezzo tra viella e ghironda) e al violino e Sarah Picaud alla seconda voce, mentre lui si occupa del bozouki irlandese, del laud (un parente del liuto e del mandolino) della voce principale, che caratterizza fortemente l’opera: infatti in buona parte dei brani canta con il registro di contralto. I brani sono totalmente acustici e di una notevole bellezza, anche se sulle prime possono lasciare spiazzati proprio per la caratteristica della voce. Per dare un riferimento musicale, direi che nei brani più corali c’è una certa somiglianza con i bretoni Malicorne, anche se con un’impronta ancor più legata alla terra. Interessante, in chiusura dell’album, la sua versione di “Ad mortem festinamus” che, come si può ben intuire, si allontana abbastanza dalla ben più nota interpretazione dei Qntal. Un disco non facile da descrivere ma bello e molto personale, che mi sento di consigliare a chi sia rimasto incuriosito da quanto ho esposto.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.