“Solo Dio perdona” di Nicolas Winding Refn: quando di perdono c’è davvero bisogno!

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Only God Forgives è un film complesso, carico di temi, colori, visionario all’eccesso. Per molti aspetti, risulta imbarazzante e fastidioso, tanto che è difficile parlarne con obiettività: ma, dopo averlo visto, rimane la sensazione che parlarne sia necessario. Nicolas Winding Refn, come pochi altri, sa lasciare la propria impronta nel cinema: lo stile è talmente riconoscibile, talmente ‘suo’ che non sembra possibile poterlo imitare. Amarlo non è facile e lo dimostrano le reazioni non troppo entusiastiche che questo ultimo lavoro ha suscitato a Cannes. Solo Dio perdona – con compiacimento prendiamo atto del fatto che stavolta la traduzione italiana ha rispettato rigorosamente l’originale! – ha deluso molti che hanno conosciuto Refn per il suo Drive. Non che questo non rispecchiasse l’inconfondibile poetica cui si è accennato: il regista l’aveva tuttavia in qualche modo adattata ad una struttura più tradizionale, facendo propri i canoni della forma filmica accettati da tutti. Forse, per entrare in Solo Dio perdona, occorre principalmente aver visto ed apprezzato Valhalla Rising, un’opera estremamente complessa e dai molteplici significati, anche se la tematica trattata dai due film è completamente differente. In verità, nel caso di cui parliamo, definire la storia sembra quasi l’ultimo dei problemi, tanto la vicenda appare esile e la sceneggiatura tutto sommato povera. Un improbabile concatenarsi di vendette, una madre volitiva ed autoritaria che vuole vendicare la morte del figlio, un giovane schivo e taciturno che vuole vendicare la morte del fratello…la trama, in fondo, è tutta qui e, messa su pellicola da qualcun altro, non potrebbe nemmeno riempire i novanta minuti disponibili. Eppure il film è densissimo, ogni scena è traboccante di cose. In primo luogo di immagini, curatissime nei dettagli e cariche di simboli: di Bangkok, ove la storia è ambientata, si vedono solo scorci strategici, pensati per appesantire l’atmosfera, già praticamente irrespirabile tutto il tempo; gli interni, invece, appaiono più importanti, ricchi come sono di colori sferzanti e disseminati di oggetti dei quali, probabilmente, nessuno è messo lì a caso. Diverse inquadrature ricorrono di continuo, sempre uguali, e così certe riprese di particolari – sempre gli stessi! – che sembrano rappresentare le ossessioni di chi le propone. E le parole? Pochissime, come frequente in Refn: forse Ryan Gosling non ha dovuto sottoporsi a sforzi eccessivi di memoria per imparare il copione relativo al ruolo di Julian e tanti hanno anche criticato la monotonia delle sue espressioni; il personaggio che rappresenta il suo polo opposto, Chang ‘angelo della vendetta’, non è molto più loquace, benchè sappia almeno cantare. Chi impegna maggiormente la voce è la madre Jenna, l’unica vera combattente in famiglia, interpretata da un’irriconoscibile Kristin Scott Thomas, per una volta lontana dai panni dell’algida inglese in cui siamo abituati a vederla. Ma è incredibile quanto si possa dire senza aprir bocca! Non vi è dubbio che il volto apatico di Julian sia una necessità del suo personaggio e di certo non deve essere stato semplice per Gosling – un attore dalle capacità ormai comprovate – sostenere lunghi primi piani fissando il vuoto o punti invisibili degli ambienti: eppure i suoi sguardi ingannevolmente statici, le occhiate quasi sensuali che lancia alla madre parlano più di monologhi chilometrici, la posizione del suo corpo negli spazi intorno è scelta e studiata ogni volta per esprimere messaggi e motivazioni e i suoi invalicabili silenzi non servono soltanto a suscitare tensione ed impazienza. Solo Dio perdona non è, del resto, una visione nè semplice nè tanto meno rilassante; oltre all’‘afasia’ come mezzo di comunicazione, vi è lo schiaffo di una violenza assurda, vista sempre in primo piano in tutti i suoi aspetti: fiumi di sangue schizzano sulle pareti delle stanze orientali istoriate di insensati dragoni, aggiungendovi macabre decorazioni… Molto sangue macchia inoltre le mani dei personaggi, anch’esse inquadrate assai di frequente per ragioni che il regista ha di certo care: crudeltà incontenibile spinge qualcuno a reciderle ai suoi nemici, una spinta interiore imprescindibile spinge qualcun altro a lordarle del sangue della propria madre, affondandole nel suo corpo. La complessità delle cause che muovono gli eventi sembra quasi nobilitare la crudezza della nuda violenza, con la tecnica che all’alba dei tempi caratterizzò il surrealista Bunuel; questi creò una scuola ma all’epoca fu incompreso da tanti: un destino cui, fatti i debiti distinguo, sta andando incontro anche Refn, che persegue con integrità la sua idea di cinema senza curarsi degli effetti che provoca. Il regista svela così il tormento dell’anima umana, un tormento che appartiene in primo luogo a lui, e sembra volerci impedire di farlo nostro o, almeno, di razionalizzarlo: incubi, dolore, paura, tutto ci piomba addosso senza ordine, attraverso le immagini, da ogni possibile angolo visuale. Ecco perchè la trama può permettersi di essere ‘sciatta’, come qualcuno ha detto, ecco perchè i personaggi sono avari di parole: avvicinare lo spettatore a sè non sembra essere uno degli obiettivi di Refn, che invece ci tiene a distanza, inducendoci a chiederci, quando il suo film è finito, se l’abbiamo realmente capito.

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