“Stoker” di Park Chan-Wook: così bianca, così innocente!

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Uscito in sordina prima dell’oblio estivo, Stoker non è passato però del tutto inosservato, se non altro perché si tratta dell’esordio in lingua inglese del bravo regista sudcoreano Park Chan-Wook, noto fuori del suo paese principalmente per The Vengeance Trilogy (la  Trilogia della Vendetta). E’ vero che, nel 2009, Chan-Wook era stato premiato a Cannes per Thirst, in cui aveva trattato in modo piuttosto personale la materia dei vampiri; Stoker comunque è la prima opera interamente hollywoodiana realizzata con un cast internazionale di tutto rispetto sulla base  di una sceneggiatura dell’attore Wentworth Miller, presente anche nella produzione. Il ruolo della tormentata protagonista India Stoker è affidato all’attrice ormai non più emergente – ma sempre più dotata! – Mia Wasikowska, che qui dimostra ulteriormente le sue indubbie capacità recitative, dando vita ad una figura esangue di adolescente apparentemente fragile ma in realtà attratta e, in seguito, talmente conquistata dal ‘lato oscuro’ da divenire una sua adepta. La trama ha molte analogie con la famosa pellicola di Alfred Hitchcock del 1943 L’ombra del dubbio ma vi sono almeno altrettante differenze: prima di tutto, Stoker non è affatto un giallo classico nonostante sia ricco di suspense e di mistero. La forza del film sta principalmente nella psicologia dei personaggi e nella regia straordinaria – che del resto già conosciamo dagli altri lavori di Park Chan-Wook – in grado di offrire sequenze di una suggestione e di una perfezione estetica rare a trovarsi anche nella nostra epoca tecnicamente  superprogredita.

Si tratta di una storia ambientata nella cerchia familiare: la giovanissima India, in occasione del funerale dell’amato padre incontra per la prima volta il fratello di lui, intervenuto alle esequie, con il quale scopre di avere delle autentiche ‘affinità elettive’ e che, con il suo enigmatico comportamento, contribuirà a far scoprire alla ragazza un aspetto della propria personalità di cui ella stessa non era mai stata cosciente prima. Sulla base di questo ‘plot’ sufficientemente semplice, Stoker risulta nel complesso difficile da classificare: se lo sviluppo degli eventi da un lato crea situazioni tipiche di un thriller e suscita di continuo tensione nel pubblico, dall’altro propone diversi elementi orrorifici, con ingente spargimento di sangue abilmente cammuffato da immagini assai raffinate sul piano estetico. Il nome Stoker che, a molti avrà fatto immaginare un riferimento a tematiche ‘vampiriche’, in realtà allude a Dracula soltanto in analogie apparentemente casuali, come per esempio l’aspetto diafano e ‘lunare’ della protagonista o la narrazione che a tratti si fa epistolare. Vi sono altri richiami letterari forse più plausibili di Bram Stoker, dei quali abbastanza ovvio è quello a Nabokov ed alla sua Lolita: l’ambigua relazione fra India, la madre e lo zio Charlie ha le stesse caratteristiche di disturbante nonché patetica ambiguità – e anche un po’ di pruriginosità – che si possono ritrovare nel suo famoso romanzo. Ma si tratta di un’analogia per così dire ‘periferica’: più centrale qui è la rivelazione che la giovane, nel suo avvicinarsi alla maturità femminile, ha di sè e della propria vera natura fino a quel momento rimasta latente, una rivelazione che il confronto con il carattere ‘sui generis’ dello zio Charlie non fa altro che favorire. Così mentre per quest’ultimo la scelta del ‘lato oscuro’ è abbinata alla ‘formula’ sempre disponibile della follia, India appare personaggio ben più inquietante per la gestione razionale di pulsioni crudeli e per la tranquilla consapevolezza e, in un certo senso, disinvolta accettazione dell’anormalità. Tutto questo rappresenta per Mia Wasikowska la prova di attrice per eccellenza, una prova che viene superata in modo davvero splendido. Per altro, anche la Kidman, nell’interpretazione della madre di India, riesce a impersonare brillantemente la figura patetica della vedova sul viale del tramonto, desiderosa di recuperare sensazioni ormai dimenticate: la sua relazione con la figlia è talmente inconsistente da suscitare quasi pena. Tuttavia Stoker non è il film di un dramma familiare e le ‘sceneggiate’ sono totalmente assenti; è invece esemplare la malinconia un po’amara con cui Evelyn/Nicole Kidman già quasi alla fine della storia spiega la ragioni per cui si mettono al mondo figli: un piccolo pezzo di bravura dell’attrice che, stavolta, deve accontentarsi di un ruolo da ‘comprimaria’ per quanto complesso.

Accanto ai personaggi, i luoghi, i tempi irreali quasi rarefatti e, soprattutto, gli oggetti concorrono a fare di uno stato d’animo una vera e propria atmosfera: che significato si nasconderà dietro al dono – sempre lo stesso – che il defunto padre di India le offre ad ogni compleanno? Con quali sentimenti lei l’avrà ogni volta accolto, sofisticato simbolo di una relazione che sfuggiva alla comprensione di tutti gli altri? Ecco che, al felice risultato dell’opera, non contribuiscono soltanto le prestazioni recitative ma l’accuratezza e l’abilità con cui sono stati realizzati i costumi e le scenografie, la pregevolezza della fotografia, la suggestione delle musiche: la colonna sonora è a cura di Clint Mansell e Philip Glass che, in particolare, ha composto i brani che India suona al pianoforte. Così, la carriera hollywoodiana di Park Chan-Wook sembra iniziata sotto gli auspici migliori.

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