Blackmore’s Night: Dancer and the moon

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Con una carriera come quella di Mr. Blackmore, limitarsi a quel riff che lo ha consegnato direttamente all’immortalità significherebbe vincolarlo ad un’epoca ormai anche anagraficamente lontana, e della quale pare egli stesso non desideri più di tanto rimembrare. Ma non è così, stando a recenti interviste che ha benevolmente rilasciato, dalle quali traspare quell’humor tipicamente britannico del quale anche lui è evidentemente stato dotato. Avendo diviso il palco con i compagni dei Deep Purple (ed a Jon Lord è dedicata la commovente finale “Carry on… Jon”) e poi coi suoi Rainbow (con Ronnie James Dio alla voce, anche se solo per un breve periodo), ha potuto e saputo consolidare attorno a se una solida fama di eccellente esecutore (d’altronde ha iniziato a suonare giuovanissimo, presto accasandosi da Screaming Lord Sutch per fortificare l’attitudine rock), ma anche di discreto autocrate, pretendendo dai suoi collaboratori il meglio in ogni occasione. Il connubio, non solo artistico, essendo marito e mogli dal 2008, con la caruccia Candice Night ha fino ad ora prodotto sette dischi (prima del presente Dancer and the moon), due live (usciti anche in DVD) e la partecipazione a diverse compilazioni, oltre ad innumerevoli presenze sui palchi di eventi folk e medievali in una consistente parte dell’orbe terracqueo. Formidabile ed instancabile, rende la materia musicale malleabile al suo tatto finissimo e, non ostante l’età non più verde (la classe è quella del 1945), si diverte ancora a comporre brani deliziosi come “Galliard” o “The ashgrove”, questa ultima una canzone che cantava a scuola, una ballata mielosissima che fa rimembrare certe pellicole ambientate nel cuore dell’Inghilterra vittoriana. Il legame col passato, remoto o più recente, viene indicativamente riannodato con la riproposizione di “The temple of the King” tratta dall’era-Rainbow (con Dio alla voce, dall’omonimo esordio del combo datato 1975, già su “Secret voyage” i B’s N reintepretarono “Rainbow eyes”), mentre altri due pezzi portano altrui firme (l’opener “I think it’s going to rain today” di Randy Newman e “Lady in black” degli Uriah Heep). “Somewhere over the sea (The moon is shining)” e “The moon is shining (Somewhere over the sea)” solo apparentemente sono gemelle, in realtà la prima è una ballad delicatissima adatta particolarmente alla voce graziosissima di Candice, la seconda in vece si risolve in una sorta di up-tempo dominato dai pregevoli interventi della sei corde di Blackmore, che quivi dimostra di trovarsi particolarmente a suo agio, introducendo un’ispecie di celebrazione del suo passato, ed arricchita da organo e da un discreto apparato elettronico. La già citata “Carry on… Jon” è intinta in un bacile traboccante fragranze epico-celtico-medievali (c’è chi vi ha trovato assonanze col Gary Moore di “Wild frontiers”, albo che conteneva “The loner”), è preceduta da “The spinner’s tale”, melodia chiaroscurale che evoca la fatica della filatrice, intenta a tessere nel cuore della notte, cantando sommessamente vecchie arie imparate dalla nonna… Come sempre, dinanzi ad un disco targato Blackmore/Night, non posso non meravigliarmi delle splendide partiture ordite da Blackmore, come pure continuare a nutrire dei dubbi nei confronti dell’effettive capacità espressive di Night. La quale comunque, potendo contare sulle possenti spalle di cotanto consorte, può star più che tranquilla. Eccellente il complesso di musici che attorniano la coppia, segno che il leader è ancora capace di distinguere la stoffa di pregio da quella adatta al massimo per i rattoppi. Dancer and the moon appare opera genuina ed onestissima, non solo un ennesimo riempitivo per il carniere già onusto di gloria di una rock-star che non vuole proprio saperne di abbandonare le quinte. Più rock di altri titoli che lo hanno preceduto, senza però esagerare e, sopra tutto, rinunziare al piacere della bella canzone. Ci si può davvero accontentare, anche senza badare ai nomi che contrassegnano questo disco.

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