“La notte del giudizio” di James Demonaco: meglio un giorno da leoni?

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I film in uscita in agosto raramente suscitano grandi clamori e per lo più approfittano delle crisi di astinenza dei cinéphiles disperati in cerca di emozioni. Tuttavia mi è capitato spesso, d’estate, di imbattermi in pellicole che magari non sono capolavori ma meritano di essere prese in considerazione. E’ stato questo il caso, in passato, di Bedtime di Jaume Balagueró o anche Le paludi della morte di Ami Canaan Mann, è il caso, ora, de La notte del giudizio – titolo originale: The Purge, assai più ‘azzeccato’ – di James Demonaco, semisconosciuto regista americano al secondo film. Si tratta di un’opera di fantascienza distopica, benché l’epoca in cui è ambientata sia distante dalla nostra solo una decina d’anni, tanto è vero che non vi sono differenze visibili fra il nostro stile di vita e quello dei personaggi. Il principio su cui la vicenda si fonda è molto semplice: una volta che la società, in questo caso quella americana, si sia stabilizzata su un alto livello di benessere, l’economia funzioni e non vi siano rilevanti motivi di insoddisfazione, occorre tenere sotto controllo la criminalità che, sola, potrebbe rappresentare un elemento di disturbo in uno status quo di cui si vuole garantire la continuità. Quindi, che cosa si inventano mai i ‘nuovi padri fondatori’ di questo ben riuscito sistema? Una soluzione che, per l’idea che mi sono fatta di certa classe dirigente americana, appare quasi plausibile: consentire a tutti i cittadini in un’unica notte all’anno – dodici ore filate, per l’esattezza – di ‘darsi alla pazza gioia’ dando sfogo agli istinti più bassi e all’aggressività normalmente repressa. Nel corso di questo tempo in effetti limitato, ogni cosa – furto, omicidio, violenze assortite – è permessa senza conseguenze penali e con pochissime eccezioni. Le forze dell’ordine ed il Pronto Soccorso sono a riposo ed è demandato ai singoli il compito di arrivare in fondo alla notte fatidica tutti d’un pezzo. Al di là dell’intrinseca immoralità, la teoria pare decisamente avere successo: visti i risultati in termini di ordine e stabilità sociale, nessuno trova strano il sistema che, peraltro, apre a chiunque infinite possibilità di vendicare torti subiti, di manifestare antipatie ed insofferenze, in pratica di togliersi impunemente tutti i ‘sassolini dalle scarpe’ accumulati durante l’anno. Fra i sostenitori, almeno apparenti, del famigerato ‘sfogo’, i Sandin, la classica famiglia media benestante americana, sperimenteranno sulla loro pelle le conseguenze di questa insensata ed incivile organizzazione: il padre – interpretato dignitosamente da un Ethan Hawke un po’ ingrigito – si è arricchito proprio vendendo impianti d’allarme supersicuri alla gente costretta a difendersi con ogni metodo, mentre la madre – una Lena Headey piuttosto piatta, nonostante sia molto meno ‘cattiva’ e molto più eroica che in Game of Thrones – fa del suo meglio, alla vigilia dell’evento,  per alleggerire la tensione dei figli e per rafforzare in loro la convinzione che i ‘nuovi padri fondatori’ abbiano avuto l’idea vincente per tutelare il bene comune. Questa visione della società è, a mio avviso, l’aspetto più riuscito ed interessante di The Purge che tuttavia, nella seconda parte, sposta il fulcro dell’attenzione sulle vicende della famiglia assediata all’interno del proprio appartamento da giovani personaggi desiderosi di alleggerirsi dei loro istinti bestiali a suo discapito: questo perchè, nonostante gli sforzi dei genitori, non tutti i protagonisti sono caduti vittima dell’odioso conformismo che sembra aver preso così assurdamente piede ed il figlio più piccolo si lascia vincere dalla compassione dando rifugio ad un individuo di colore inseguito per essere ucciso senza una ragione.  Da questo momento in poi, il film assume decisamente i connotati orrorifici di una caccia all’uomo che ha luogo all’interno della casa dei Sandin e che attinge a piene mani da opere note a tutti, da Cane di paglia a Distretto 13 finendo al più recente Funny Games, quest’ultima richiamata anche dall’aspetto biondo e ‘per bene’ dei persecutori.

The Purge inciampa purtroppo sulla recitazione un po’ raffazzonata della maggior parte dei protagonisti, sulla mancanza di spessore umano e psicologico degli stessi – i problemi sono in parte connessi – e sul carente approfondimento del piano sociologico, per cui un’idea di partenza interessante ed originale finisce diluita fra le scene di violenza e di tensione senza che avvenga, da parte di nessuno dei personaggi, una presa di coscienza efficace e significativa di fronte ad una società che impone rituali allucinanti spacciandoli per necessari. Alla questione della natura ‘bestiale’ dell’’homo homini lupus’ che, mediante il giusto sfogo concesso dalle autorità, è sostanzialmente accettata e giustificata, viene attribuito scarso rilievo, come se la riflessione ‘filosofica’ dovesse essere preferibilmente estromessa dal film per concentrare tutta l’attenzione sull’inevitabile carneficina. Si percepisce comunque una critica intensa del sistema attuale: non a caso la vittima prescelta dal gruppo di giovani benestanti è un proletario di colore, una categoria disprezzata non solo nella ‘fantapolitica’ ma anche ai giorni nostri. Ben riuscito anche il finale, sobrio e decisamente lontano da qualsivoglia retoriche, dove persino la Headey fa tutto il possibile per risultare credibile e per non fare assolutamente rimpiangere il costo del biglietto.

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