Lordi: To beast or not to beast

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Eccoli qui, gli ineffabili Lordi, fenomeno (da baraccone?) venerato nella patria Finlandia tanto che la città che ha dato loro i natali, la fredda Rovaniemi, ha intitolato una piazza (ma sembra che trattasi semplicemente di una porzione del mercato locale) “Lordi Square”, ecco coloro che nel 2006 sbaragliarono con “Hard Rock Hallelujah” i rivali dell’Eurovision Song Contest (ma noi italici chi mandiamo a codeste manifestazioni?), alle prese col sesto disco di una carriera che più d’uno dichiarò frettolosamente conclusa già all’epoca del debut “Get heavy” del 2002 (ma il combo infestava le cantine col suo sound terremotante già da un decennio). L’anno scorso fu tempo di auto-celebrazioni ed anniversari, pur troppo turbati dalla dipartita dello skin beater Otus che, come i suoi predecessori, percuotendo con forsennata foga il suo stromento, caratterizzò la – derivativa ma per certi aspetti geniale – proposta del quintetto. Ma Mr. Lordi e compagni decisero, giustamente, di non stoppare questa macchina ormai lanciata a folle velocità verso un riconoscimento sempre più ampio. To beast or not to beast è semplicemente un altro disco dei Lordi, fatto di canzoni anthemiche, di quelle adatte alle arene, ai palchi dei grandi festival, costruite su riff semplici e sorrette da una presenza scenica curatissima. Tutto già fatto dai Kiss, certo, ma replicare così puntigliosamente la formula (anche in ambito merchandising, esiste pure la “Lordi cola”!) di Simmons/Stanley non è mica così facile. Una punta di horror non può ovviamente mancare (nel 2008 produssero la pellicola “Dark floors”), così come malsane atmosfere dark (ma non come su “Deadache” uscito quello stesso anno), una abbondate dose di auto-ironia fa il resto, eppoi non crediate che Amen (chitarra), il nuovo batterista Mana, l’altro nuovo entrato Hella alle tastiere ed infine il bassista Ox non siano dotati di tecnica, se non sopraffina, almeno sufficiente a rendere terrifico l’impatto frontale di un combo che se non altro non ha mai difettato in quanto a sfrontatezza e decisione (i costumi elaborati che indossano vengono progettati con cura e sono affidati a compagnie specializzate). La produzione, affidata come per il precedente “Babez for breakfast” dall’autentico guru della consolle Michael Wagener (il principale artefice del successo dei Dokken, al lavoro anche con Ozzy, Motley Crue, Skid Row…), rende ancor più scintillanti le sanguinolente “Horrorfiction”, “Candy for the cannibal” e “Something wicked this way comes”, brani assemblati apposta per piacere ai loro fan. I Lordi in apparenza possono apparire superficiali ma sono certo che, già agli inizi dei ’90, quando Mr. Lordi diede inizio alla saga, aveva fissato il punto più alto ove voleva arrivare… Per ora, certo che il traguardo non è stato ancora raggiunto, si limita a scaraventarci tutti in un Inferno di mostri e di creature abiette, dal quale sarà difficile uscirne (mentalmente) sani!

TagsLordi
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