The Cult (+ White Hills)

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The Fillmore

Il cartellone del The Fillmore annunzia una settimana assai interessante, questa di fine luglio, considerando che mercoledì 23 si è esibito Peter Murphy. Essendo i biglietti già esauriti da tempo, e quelli disponibili proposti a prezzi inaccessibili anche col cambio benevolo, motivandomi che assistere ad un best of dei Bahuaus senza Haskins/J/Ash forse non ha molto senso, e che già li avevo visti insieme nell’incarnazione del 2006 (ma la nostalgia serra le viscere, e la scusa del sold-out è utile solo per lenirla, accidenti a me!), ecco precipitarmi a far mio un tagliando per il tour celebrativo di “Electric”. Che Astbury e Duffy ci abbiano preso gusto, e che dopo il “Love-tour” dello scorso anno il futuro ci serbi pure il “Sonic temple”? Certo è che i classici tengono sempre, e che detenere in discografia un paio di best seller fa sempre comodo. Peccato perchè “Choice of weapon” è, a mio umilissimo parere, ben s’intenda, un disco validissimo. Suoneranno almeno qualche brano da questo? Per ora l’acquisto è confermato ed il voucher stampato, almeno ho evitato di rodermi dal rimorso come nel 2011, quando mi trovavo in Texas e la sera del mio arrivo a San Antonio si esibirono gli A Perfect Circle… Un’occasione gettata…

Che suonino per intiero (o quasi) il loro disco più figurativamente psichedelico della loro carriera proprio in quel The Fillmore ove a metà anni sessanta si esibirono icone del movimento quali Jefferson Airplane, Quicksilver Messenger Service e Grateful Dead (e la copertina di “Electric” è fuor di dubbio debitrice nei confronti della band di Jerry Garcia, ispirandosi alla grafica utilizzata dai Dead per ornare le loro opere) può far apparire l’evento quasi un omaggio alla Summer of love ed alla espressione sonora di questa, solo però se isoliamo la data dal contesto del giro di concerti che stanno effettuando negli U.S.A. e che toccherà pure l’Europa (con date solo in Gran Bretagna, Germania, Olanda e Francia), oltre ad una sezione australe. Più prosaicamente è Live Nation, attuale proprietaria dell’Auditorium ed operatrice della band per quanto riguarda questo giro, ad aver sicuramente approfittato di una ottima occasione per riempire la sala, anche perchè il culto regge ancora benissimo sulla costa Ovest (la data più recente risale al 27 maggio dell’anno scorso).

Ad aprire gli White Hills da New York, la proposta fracassona dei quali certo non necessita del viatico di un suono impastato ed a livelli di guardia per quanto riguarda l’umana sopportazione. Dave W. ricorda un Alice Cooper più giuovine e la presenza scenica della bassista Ego Sensation non viene messa in discussione, il set del trio (il batterista è un membro aggiunto) palesa una certa mancanza di personalità, anche se il magma hard-fuzz-space (con echi di Hawkwind, Chrome e di kraut-rock) rovesciato sugli ancora pochi convenuti fa il suo bell’effetto stordente. Ero assai curioso di verificare, non possedendo nulla della loro sostanziosissima discografia (la prolificità degli W. H. è ben nota negli ambienti underground), quanto la fama che si portano appresso potesse venir confermata dai fatti, pur troppo il fonico era probabilmente intento ad altro, e non a regolare i volumi. Vabbè impatto, ma si è decisamente esagerato. Eseguirò comunque accurate ricerche al rientro dalle vacanze (suoneranno in Italia in ottobre).

Salgono sul palco i tanto attesi headliner, The Fillmore è gremito ma… Ian Astbury è palesemente in difetto di voce. Così per tutta la durata del gig si limiterà più ad urlare che a cantare, prendendosi numerose pause per riposare l’ugola e lasciando spazio ai cori, oltre che dilungandosi in sermoni che solo coloro che perfettamente comprendono l’anglosassone hanno potuto apprezzare (se l’è presa fra gli altri con i Depeche Mode, col rap, ha pronunziato tanti fucking e fuck che nemmeno Rotten nel ’76 si sognava, non ha risparmiato neppure Billy Idol, ma forse solo perchè c’era James Stevenson…), e quanto sia importante nell’economia di qualsiasi gruppo rock un cantante come Astbury è fuor di discussione. Certo è che, prendendo la via di casa (o meglio dell’hotel…), vengo assillato da dubbi ed incertezze. Semplice debacle dovuta a temporaneo malessere? O qualcosa di più grave? Certo che le mossette alla Pelù me le ricorderò per un pezzo, e l’imbarazzante entrata sull’opener “Wild flower” è ancora ben impressa nella mia memoria…

The Cult

The Cult

L’altra metà dei The Cult, l’inossidabile Billy Duffy, palesa in vece una buona forma, fisico asciutto ed ottima tenuta, eppoi “Electric” è il disco che ogni chitarrista sogna di suonare almeno una volta nella sua vita, figuriamoci colui che ha attivamente contribuito a costruirlo facendo succedere riff a riff in combutta coll’allora ventitreenne (e già barbuto?) producer Rick Rubin. Ecco così che la scaletta viene fedelmente riproposta, con una unica variazione rispetto all’originale, ovvero l’inserimento di “Zap City” (il retro del singolo “Lil’ devil”) al posto della cover di “Born to be wild” degli Steppenwolf (che mi è sempre apparsa un po’ bollita). Come quando nell”87 assoldarono Stephen “Haggis” Kaos (allora con Zodiac Mindwarp e futuro The Four Horsemen) al basso, spostando alla ritmica il buon Jamie Stewart, anche la versione ’13 vede l’insieme allargato a quintetto (ma è così per tutti i tour degli ultimi anni), con il recente reinnesto (al posto del neo-Suicidal Tendencies Mike Dimkich) di James Stevenson (già nel gruppo nel 1994/95, ed ecco perchè Astbury ha scherzato Billy Idol, col quale il chitarrista ha suonato all’epoca nei Generation X), l’apporto del quale si è limitato al compito affidatogli (oltre a contribuire ai cori, e qui considerando la debacle del titolare del microfono dovrebbero incrementargli l’ingaggio). Ma Stevenson è pur sempre uno che era nei Chelsea, nel ’77, che diamine!

Ma The Cult di oggi poggiano più che mai sulla solidissima sezione ritmica, il vero motore di un suono granitico, inossidabile, classicissimo e chiassoso (fin troppo). Un apporto decisivo, quello di John Tempesta/Chris Wyse, insieme da “Born into this”, la migliore coppia basso/batteria che mai abbiano avuto, con tutto il rispetto che nutro nei confronti dei vari Adams, Singer, Sorum, Kottak… Con Wyse che gestisce il palco e che garantisce voce e corpo alle canzoni ed assieme a Tempesta (skin-beater dal tocco possente, capace però di adattarsi al mood che ogni singolo pezzo impone) quella continuità indispensabile per un gruppo capace ancora di comporre ottime canzoni (come quelle dell’ultimo studio-album).

“Electric”, allora. Dalla citata “Wild flower” giù a capofitto fino a “Memphis hipshake”, collo spirito di Hendrix che aleggia nell’aria (le registrazioni del disco vennero riprese ed ultimate all’Electric Ladyland di N.Y.) e colla benedizione dei Led Zeppelin, passando per “Peace dog”, “Electric ocean” e “Love removal machine”, undici brani che all’epoca della loro pubblicazione fecero percorrere a tanti un cammino inverso, all’ingiù nei pieni anni settanta, col loro hard roboante all’edificazione del quale tanto contribuì la mano di Rubin, magica pozione per gli ego smisurati di Astbury e di Duffy, con buona pace di coloro che li seguivano dai tempi di “God’s zoo” (ma la svolta era già stata annunciata da tempo, fra le righe della loro discografia). Si potrà discutere della validità di queste tracce che paiono quelle polverose d’una carovana pronta ad affrontare il suo Destino fatale nella Death Valley (già che ci siamo), ma il turbinare del vento rovente non è riuscito a spazzarle via, in tutti questi anni, quindi…

Ma è la seconda parte del gig quella che attendo con più ansia. E l’esecuzione di “Spiritwalker” e di “Horse Nation”, direttamente dai tempi di “Brohers Grimm” e di “Dreamtime”, questa sì che, in barba a setlist.fm, mi ha sorpreso… Un tuffo al cuore, sopra tutto la seconda, posta in coda, tra gli encore chiusi da una “Sun king” con citazione di “All right now” dei Free inclusa… Porzione aperta da “Rain”, con nel set “Phoenix” e “She sells sanctuary” da “Love” (e “Phoenix” è stata scelta apprezzata), dal quale viene esclusa “Nirvana” (che invece m’attendevo), addirittura “Rise” da “Beyond good and evil”; solo “Sun King” e “Sweet soul sister” dal disco che segnò il loro successo americano, “Sonic temple” (letteralmente straziata dal gigionesco Astbury e salvata da Wyse), poi dal più recente album “Honey from a knife”, “Lucifer”, ed addirittura “Embers”, per me una chicca in quanto compresa nel bonus disc della deluxe edition che io non possiedo.

Che poi per ottobre sia già stato notificato “Electric peace”, ovvero “Electric” più quel “Peace” (così avrebbe dovuto chiamarsi) che, registrato ai The Manor Studios di Richard Branson con Steve Brown, venne accantonato e che Rubin volle intieramente far riscrivere al gruppo che, come sentenziò Duffy “era cambiato dai tempi di Love”, è notizia che può interessare solo i malati come il sottoscritto (d’altronde già nel 2000 quelle canzoni apparvero su “Rare Cult”), e che non cambia la sostanza dell'”Electric tour 2013″. Affaire solo per chi ha raggiunto (o sta per giungervi) la mezza età, ovvero la maggioranza assoluta dei presenti al The Fillmore, quella fredda sera del 27 luglio del 2013? Ad altri, se ne hanno tempo e voglia, la pronunzia della sentenza.

The Cult

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