The Mission: The brightest light

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Il ritorno della Missione. Hussey/Hinkler/Adams ancora insieme, pronti a rinverdire i fasti di un passato che, almeno per i die-hard fans, non è mai trascolorato. Sì, perché a certe sigle non si può rinunciare, ed allora ecco che si mette in fila, l’uno accanto all’altro, usando certosina cura, i dischi di studio che lo hanno preceduto, e pure qualche raccolta. Poi s’introduce l’argentea ciambella nel lettore ciddì, il silenzio cala sulla stanza da noi occupata, si pigia il tatso start, parte “Black cat bone” e qualcosa ci dice che gli anni trascorsi hanno lasciato il segno. Come è ovvio che sia. Ora, con un caro amico dibattevo di “13” dei Black Sabbath, di come un disco del genere lasci aperti molti interrogativi, più che fornire sicuri indizi o prove definitive. Idem per The brightest light. La notizia di un imminente nuovo lavoro come The Mission mi sorprese, anche se forse me l’aspettavo, questi sono i meccanismi del business musicale, inutile tentare deviazioni per sottrarsi alle sue leggi severissime. Ma la magniloquenza gothika di “God’s own medicine”, l’hard rock venato di scuro di “Children”, perfino le cavalcate mainstream di “Carved in sand” non trovano spazio su The brightest light, anche se la batteria tribale di “Everything but the squeal” rimanda ai The Cult era-“Dreamtime”. Appunto, ad eoni sonori fa. Utile comunque per introdurre al meglio il più giuovine della truppa, il neo-assunto Mike Kelly, già visto all’opera, per chi c’era, assieme al veterano Adams cogli Spear Of Destiny dell’ultima calata italica. Lo skin-beater la sua parte la svolge con entusiasmo, e questo è sicuramente un punto da segnare sulla lavagna, che peserà in sede di giudizio finale (che non spetta di certo a noi redigere). Anche il seguente (e primo singolo) “Sometimes the brightest light come from the darkest place” marca una certa distanza dal passato, ma guadagna i nostri favori, è un episodio dotato di qualità che emergono dopo un ascolto più attento, forse non proprio adatto al ruolo affidatogli (non è di certo una canzone immediata, ma non ce ne sono in The brightest light). Wayne Hussey usa toni sovente rabbiosi che ben si adattano ai temi lirici a lui cari (“Ain’t no prayer in the Bible can save me now”, ma in “Swan song” ritroviamo il cantore di “Amelia”), Hinkler ed Adams garantiscono tenuta (alcuni passaggi di chitarra sono davvero notevoli, il bassista poi non si discute, una solidissima garanzia di tenuta e di classe), l’epica obscura dei primi anni non trova spazio fra questi brani, sostituita da un approccio moderno che prende però decisamente le distanze dai canoni sonici contemporanei. Pronti a citare The Beatles in “The girl in a fur skin rug”  non lo fanno bullandosi come i brit-rockers, ma col gusto che ha da sempre marchiato le pubblicazioni targate The Mission; “When the trap clicks shut behind us” evoca atmosfere dolenti adatte ad essere interpretate in un locale sperduto nel sud della Louisiana mentre “Just another pawn in your game” profuma di prateria e di bivacchi notturni. The brightest light non teme paragoni col precedente “God is a bullet”, che surclassa in quanto a contenuti e valore intrinseco, voglio credere che i tre siano riusciti a ricreare in studio antiche alchimie, la chiamata di un produttore come David M. Allen forse ha illuso, ingenerando aspettative che il suo curricula giustificava e che poi, alla resa dei conti, non sono state confermate dalle undici canzoni che costituiscono la track-list dell’edizione normale di The brightest light (al momento non sono a conoscenza dei contenuti delle inevitabili deluxe), ma il trittico finale costituito da “From the oyster comes the pearl”, la bellissima “Swan song” e “Litany for the faithful” rappresenta forse il meglio di The brightest light per ispirazione e trasporto. Ancora capaci di emozionare, The Mission ci costringono a rimanere in ascolto fino al morire dell’ultima nota, pronti al guizzo che ci fa alzare la testa, destandoci tosto dal torpore nel quale siamo lentamente scivolati, avvolti dalle spire ammaliatrici del loro sound, proveniente si dagli abissi del Tempo, ma pronto a calarsi in dimensioni rinnovate, a rigenerarsi senza per questo perdere dignità o significato.

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