Deadburger Factory: La fisica delle nuvole

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Progetto italiano non nato ieri (1996), i Deadburger – il loro nome si ispira ad un B-movie di fantascienza degli anni ’70, Soylent Green, che non so poi quanti abbiano visto – dopo quattro album caratterizzati da una tendenza spiccata alla sperimentazione, rilasciano in questi giorni il nuovo La Fisica delle Nuvole che, come loro stessi ci spiegano, non è un triplo CD, bensì un cofanetto contenente tre CD distinti e separati, dei quali solo il terzo è a nome della band mentre gli altri due sono firmati da singoli membri. La confezione include anche un poster ed un dettagliato booklet: a questo proposito bisogna sottolineare la cura e la raffinatezza dell’artwork, che si è avvalso della collaborazione del disegnatore Paolo Bacilieri. La cosa curiosa è che questi tre lavori sono anche profondamente differenti l’uno dall’altro nella concezione e nello stile, tanto che possono essere ascoltati anche singolarmente, per quanto costituiscano un tutto unico e siano dunque inseparabili. Tutto il materiale proviene comunque da spettacoli teatrali di cui i nostri si sono precedentemente – e con profitto! –  occupati e che è stato rielaborato con cura a rappresentare un po’ la ‘summa’ della maturazione musicale della band. Vista la complessità dell’opera e la sua poliedricità, al momento di scriverne qualcosa, abbiamo pensato di dividerci il lavoro in base alle preferenze personali. Siamo però completamente d’accordo nel consigliare caldamente questo box a chiunque ami le esperienze nuove e stimolanti e sia nemico della musica ‘massificata’.

Il primo CD è Puro Nylon (100%), a cura di Alessandro Casini, Vittorio Nistri e Tony Vivona ed è già un esempio probantedell’energia ‘sperimentatrice’ del gruppo. La parte iniziale dell’opener, “1940/Madre” fa pensare ad un’impostazione classica, ma dopo poco emerge l’ossatura elettronica ed un suggestivo testo poetico – del quale è autore, come anche di tutti gli altri, il suddetto Vivona – viene recitato da una serie di voci: l’insieme produce un effetto notevole mentre la combinazione di archi con un riff di chitarra quasi ‘rockettaro’ risulta decisamente valida. Subito dopo, “Variazioni su un Campione di Erik Satie # 1: Re” utilizza un campione di quattro secondi tratto dal Socrates del compositore francese Erik Satie per una serie di fantasiose ‘variazioni’, ma non manca una cupa melodia di archi e, nella successiva “Variazioni su un Campione di Erik Satie #2/3: L’Inganno/Il Poeta” abbiamo anche suoni ‘rumorali’ dal sapore ‘industrial’. “Oltre” ha forse uno dei testi più belli, mentre l’accompagnamento in stile quasi ‘RIO’ valorizza basso e violino, mentre “Obsoleto Blues” ha ben poco di blues ma elettronica e chitarra fanno la parte del leone. Da segnalare infine le venature ‘jazzate’ di “In Ogni Dove”. Anche dopo diversi ascolti, non si riesce a definire con precisione la tendenza cui Puro Nylon (100%) dovrebbe rifarsi e le influenze paiono così numerose da non potersi più considerare tali. Riflettendo su un possibile paragone, mi viene in mente soltanto la musica dei grandi Tuxedomoon perché, fatti i debiti distinguo, trovo che vi siano delle caratteristiche comuni: ricercatezza, eclettismo, fantasia, in una parola: libertà. (Mrs. Lovett)

Il secondo CD, Microonde Vibroplettri, è uno split album interamente strumentale e talmente diverso dal precedente che sembra realizzato da qualcun altro. Anche qui, quando si tratta di definire il genere, ci si inceppa: sperimentazione e ‘avantgarde’ potrebbero in parte descrivere il contenuto del disco. I primi quattro brani, raggruppati sotto il titolo complessivo Microonde, sono firmati da Vittorio Nistri e sono nati – cito dal booklet – «utilizzando esclusivamente i rumori prodotti da un comune forno a microonde (acceso, spento, accarezzato, percosso)». Dopo l’ascolto dell’opener, “La Mia Vita dentro il Forno a Microonde”, ammetto di essermi chiesta a quale scopo i musicisti dark ambient/industrial utilizzino per le loro composizioni complicate strumentazioni elettroniche quando basterebbe un semplice forno. Lo stupore non diminuisce con la lunga ed impegnativa – ma niente affatto noiosa! – “Strategia del Topo” o con la drammatica ed inquietante “Micronauta”, un viaggio in uno spazio oscuro ed enigmatico. Riguardo i successivi quattro pezzi a cura di Alessandro Casini, radunati sotto il titolo Vibroplettri, mi vedo nuovamente costretta a citare dal booklet, in quanto qui abbiamo, oltre ad «una chitarra elettricaWashburne modificata, una chitarra acustica e un set di stomp-box» anche «plettri vibranti, quali anelli per stimolazione ‘Play Ultra’ della Durex, rotori per lecca lecca ‘Chupa Pops’ e comuni dildos a pile»: tutti i brani vanno ascoltati con attenzione ma personalmente ho apprezzato soprattutto l’’orientaleggiante’ “Il Dentista di Tangeri” e la cupa “Arando i Campi di Vetro”. (Mrs. Lovett)

Il terzo album dei Deadburger La fisica delle nuvole (che dà il titolo all’intero box) è suonato da tutti i componenti del gruppo, in questo caso (normalmente sono cinque) una formazione espansa addirittura a otto elementi. “La fisica delle nuvole” si avvale di orchestrazioni raffinate e di un interplay notevole fra i musicisti che dimostrano di essere una realtà non etichettabile in schemi predefiniti e da seguire con attenzione. Alcune delle composizioni presenti nell’album appartengono al repertorio precedente del gruppo. La musica è originale, l’inizio orchestrale della title-track ha un effetto minimale “glassiano” molto intenso seguito dalla recitazione di un testo surreale e profondo (bellissime le parole) che ci guidano alla seconda traccia intitolata “Amber”, in cui  percussioni ipnotiche e efficaci, archi orientaleggianti e un bel basso pulsante ci conducono in un autentico space-trip psichedelico con reminescenze Krautrock (d’altronde filosoficamente i Deadburger hanno dichiarato la loro ammirazione per il metodo compositivo dei Faust). Una musica che è indubbiamente ai confini con il linguaggio post-rock e con quello espanso della psichedelia. In “Cose che si Rompono” sono ancora protagoniste le percussioni e gli archi con un effetto nuovamente ipnotico. “Wormhole” è invece una traccia molto pacata e riflessiva chiusa in modo poetico da una bellissima tromba. “Il mare è scomparso” è strumentale, un’ulteriore dimostrazione di come il gruppo sappia avventurarsi in territori ostici avant-rock e prog così come dimostra “Deposito 423”, traccia jazz-rock (mi vengono in mente gli Area) sorretta da un basso imponente in evidenza e dalle tastiere. La conclusiva “C’è ancora vita su Marte” si muove in territori mistici e fantascientifici (non a caso Kurt Vonnegut e’ una grande fonte di ispirazione per il gruppo). Pur essendo La fisica delle nuvole un album diverso da Puro Nylon (100%) e Microonde Vibroplettri, in realtà è possibile rinvenire una sorta di filo rosso che lo unisce idealmente e filosoficamente agli altri due che formano il cofanetto. (Caesar)

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