Nine Inch Nails: Hesitation Marks

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L’arrivo di Hesitation Marks è stato del tutto inaspettato, dopo che Trent Reznor aveva deciso di mettere in pausa la sua storica creatura musicale nel 2009. Invece nel 2013, dopo i grandi successi delle sue colonne sonore per il cinema (un Oscar e un Grammy), Reznor è tornato in campo con una marea di progetti, dal debutto su CD e dal vivo del suo progetto parallelo How to destroy angels, al ritorno sui palchi e nei negozi con i Nine Inch Nails.

La storia di Hesitation Marks è strana: Reznor infatti deve ancora rilasciare alla sua vecchia casa discografica un “best of” dei NIN ed alcune tracce di questo nuovo album (che per inciso sono quelle meno convincenti, ma di questo ne parlerò dopo…) erano nate come inediti da allegare alla compilation. Il progetto è poi abortito e, da cosa nasce cosa, i due pezzi iniziali sono infine diventati i 14 del nuovo album. Forse è stata proprio la necessità di lavorare ad un “best of” dei Nine Inch Nails che ha dato a Reznor l’ispirazione tematica per Hesitation Marks: nei testi infatti l’autore  ha voluto guardare dalla prospettiva attuale la sua personalità del passato, capace di creare opere straordinarie come The Downward Spiral o The Fragile, ma di portarlo al contempo nelle più buia “spirale discendente” di depressione e dipendenza. L’autore guarda così a questo suo passato, talvolta con ironia (nella “scanzonata” “Everything” canta “I survived everything, I’ve become something else”) ma anche con un filo di inquietudine, con la paura che questo “io oscuro” possa in futuro riprendere possesso della sua mente e della sua vita (“In two”, “Disappointed”).

Il punto di forza di Hesitation Marks è lo straordinario amalgama di suoni che fuoriesce dagli altoparlanti all’ascolto dell’album. Musicalmente Hesitation Marks riprende il discorso avviato con Year Zero, di cui il nuovo CD sembra la continuazione ideale. In questa nuova opera Reznor abbandona buona parte dei suoni rock e metallici, per concentrarsi su arrangiamenti elettronici, talvolta eleganti e rarefatti, altre volte ossessivi e rumorosi. Tutte le composizioni sono costruite su un tappeto di suoni minimali e ripetitivi, a base di drum machine e loop circolari, in cui l’elettronica è sempre in evidenza. Le basi ritmiche rimandano esplicitamente (e non storcete la bocca…) alle sonorità dell’hip-hop, genere di cui l’autore è sempre stato (stranamente?) un grande fan. Su tutto ciò Reznor innesta con la solita perizia e classe strati e strati di suoni, alternando interventi di synth a lancinanti inserti di chitarra, suonati oltre che dallo stesso Reznor, da leggende “old school” quali Adrian Belew e Lindsey Buckingham (King Crimson e Fleetwood Mac rispettivamente).

Se dal punto di vista delle sonorità e degli arrangiamenti Hesitation Marks è davvero eccellente, e si pone alle vette della discografia dei NIN, il “song-writing” è invece un po’ alternante: molti degli episodi (e questo è il punto di forza dell’album) sono, senza mezzi termini, dei capolavori e non possono che rendere istericamente entusiasti i fan del gruppo. Pezzi come “Copy of a”, “Came back haunted” o la malinconica “Various methods of escape” reggono agilmente il confronto di brani storici quali “Gave up”, “The Wretched” o “Terrible Lie”. Altre composizioni sono invece un filo più anonime (es. “Running”, “Find my way”), sebbene sempre piuttosto buone. Sinceramente invece fatico a trovare un senso per “Everything” e “Satellite”: il primo è un episodio di puro emo, come ha sarcasticamente commentato il nostro Softblackstar, che ha per primo ravvisato evidenti similitudini con un pezzo dei The Pains of Being Pure at Heart! Non che la canzone di per sé sia brutta, e la parte in cui la chitarrina indie viene brutalizzata da feedback e rumore è anche assai piacevole: è solo che la sua melodia super-radiofonica è qualcosa di già sentito 1.000 volte (ditemi se non riconoscete anche un “non so che” dei Cure più pop) e soprattutto rompe la tensione di un album decisamente intenso. “Satellite” poi, con il suo ritmo R&B e il cantato in falsetto, è pure peggio: si tratta di un episodio da dimenticare, che poteva tranquillamente rimanere nel cassetto (o essere riciclato per una prova dei “meno pregnanti” How to destroy angels, visto che il team creativo di questo gruppo e dei NIN attuali – Reznor, Atticus Ross e Alan Moulder – coincide completamente).

Delude Hesitation Marks quindi? No al contrario: a parte i due episodi citati si tratta di un gran bel disco. Resta però l’amaro in bocca alla fine perché con qualche scelta diversa questo avrebbe potuto essere il capolavoro definitivo nella discografia dei NIN. Hesitation Marks ha comunque il grosso merito di attestare quanto Trent Reznor sia istrionico e soprattutto mai scontato. Ormai affrancatosi (?) dai suoi demoni oscuri, sicuro di sé come non mai, Reznor dimostra con questo album di poter dare completamente sfogo alla sua creatività fregandosene completamente delle aspettative degli altri, che siano case discografiche o i suoi stessi fan. Un artista libero e dannatamente creativo: tanto di cappello Trent (però “Everything” e “Satellite” ce le potevi comunque risparmiare…).

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