Covenant: Leaving Babylon

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Leaving Babylon, l’ultimo lavoro dei Covenant, non è che una conferma ed un gradito ritorno. Oscuro ma, al tempo stesso, dinamico, introspettivo ma accattivante, può piacere sia ai patiti del dancefloor per un paio di tracce brillanti, ben ‘adeguate’ allo scopo, che agli amanti di sonorità impegnative. Archiviato il cambio nella line-up con l’arrivo di Andreas Catjar e Daniel Jonasson, i Covenant sono oggi una band matura, consapevole delle potenzialità e sicura dei propri strumenti e tutto questo è, in Leaving Babylon, ben percepibile. Apre la titletrack, dal ritmo molto sostenuto, dove i beats forti e insistenti seminano qua e là schegge industrial. “Prime Movers”, poi, accelera e si candida a prima hit del disco: refrain molto indovinato, canto impetuoso, melodia non prevedibile, in fondo ingredienti semplici, ma funzionano. Poco dopo, un’atipica “Thy Kingdom Come” inonda l’atmosfera di pathos drammatico, con il canto appassionato di Eskil Simonsson e il suono ‘vintage’ delle tastiere ed il clima si fa poi davvero cupo con “I Walk Slow”, uno dei brani migliori, che alterna alle frasi di una lenta ballad con voce e chitarra profluvi di distorsioni molto inquietanti. Segue “Ignorance & Bliss”, tranquilla incursione synthpop di impatto sicuro grazie alla melodia coinvolgente, il ritmo pulsante e il canto efficace che la rendono perfetta per le esibizioni live. “Last Dance”, che conosciamo dall’omonimo EP di cui ci siamo occupati in precedenza, resta un brano ballabile tra i più ‘azzeccati’ mentre in chiusura, dopo l’electro più pesante e un filo legnosa di “Auto (Circulation)”, giunge l’inattesa “Not To Be Here”, lenta e romantica come ormai non ci saremmo aspettati. Nel panorama quanto mai instabile e ben poco ricco di inventiva della produzione musicale attuale, il marchio Covenant rimane uno dei pochi di cui potersi fidare.

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