“Gravity” di Alfonso Cuarón: perdersi per ritrovarsi…

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Gravity non è il solito film di fantascienza anche se molti suoi aspetti potrebbero farlo pensare: ambientazione nello spazio, tecnologia a tutto spiano, riprese spettacolari. In realtà, la vicenda della dottoressa Ryan Stone, dell’astronauta Matt Kowalsky e della loro missione su di uno Space Shuttle finalizzata alla manutenzione del telescopio Hubble offre più di un piano di lettura e dimostra di avere profondità a sufficienza da interessare anche gli spettatori più insofferenti al genere. Il regista messicano Alfonso Cuarón, che ricordiamo sia per il primo lavoro che lo ha reso noto al grande pubblico, Y Tu Mamá También del 2001, che per la precedente opera anch’essa di fantascienza, I figli degli uomini, si inserisce così giustamente in quella tradizione più ‘nobile’ e più impegnata, che include pellicole come 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, Solaris di Tarkovskij o il molto più recente Moon di Duncan Jones. Ma anche se significati ‘ulteriori’ non fossero presenti o non fosse possibile coglierli, Gravity è comunque un film da guardare e da godere solo per quello che rivela agli occhi: perché in questo caso persino la pura e semplice visione fa provare sensazioni uniche e, letteralmente, ci strappa dalla poltrona ove sediamo al cinema per portarci in un luogo molto lontano da noi.

Come accennato, la dottoressa Stone fa parte di un gruppetto di persone, diretto dal comandante Kowalsky, che è stato inviato in missione nello spazio per motivi tecnici. Purtroppo la squadra subisce un incidente con conseguenze gravissime: quasi tutti periscono, soltanto la donna e il  comandante sopravvivono ma la loro situazione, con il veicolo irrimediabilmente danneggiato è ormai senza speranza. Intorno a loro la smisurata volta celeste è splendida, ma fredda ed ostile perché non offre rifugi: smarrirsi nel cosmo rende ancora più coscienti delle proprie insignificanti dimensioni e dei propri limiti ed accentua la sensazione di solitudine fino al punto di perdere i contatti con il mondo reale. Mantenere lucidità ed equilibrio diviene molto difficile; l’istinto di sopravvivenza deve essere gestito perché possa servire a prendere decisioni razionali e a trovare, se possibile, la via del ritorno: niente viaggi esplorativi, in questo caso, ma il recupero di quel luogo da cui si è partiti, anche se forse, per la vicenda esistenziale della protagonista, esso non ha più valenza di ‘casa’. Ryan Stone, con il suo vissuto doloroso e le sue fragilità, è il personaggio al centro della storia di Gravity e, sull’interpretazione di Sandra Bullock, non c’è assolutamente nulla da ridire. Anche attraverso il casco, il suo volto sa far mostra di tutta la gamma di espressioni che corrispondono ai diversi stati d’animo: panico, disperazione, rinuncia, forza di volontà… Mentre il suo compagno di avventura, interpretato da George Clooney, ha un ruolo circoscritto, sebbene non secondario, la Bullock regge la parte praticamente da sola e sa farlo senza sbavature o eccessi. La sua condotta e la sua voglia di vivere sono il frutto sia delle esperienze vissute – anche dolorose, come la perdita di una figlia – sia dell’incoraggiamento che il comandante sa darle perfino nel momento in cui per lei compie una scelta definitiva. Anzi, sembra quasi si tratti di una sorta di bilanciamento: per una persona che si arrende ce n’è un’altra che resiste e lotta e, giunta al culmine, rinasce alla vita superando il passato. Questo è, probabilmente il significato del finale che è parso a tanti improbabile e troppo ‘buonista’.

All’intera vicenda che, come si è detto, si svolge con un numero limitatissimo di personaggi,  fanno da sfondo alcune delle immagini più fantastiche e grandiose – ottenute anche grazie alla disponibilità della Nasa – che si siano mai viste al cinema: la vastità dello spazio, l’aurora boreale, il panorama del nostro pianeta visto da lontanissimo sono spettacoli indimenticabili; per altro, le complesse tecnologie usate, che hanno letteralmente fatto miracoli, e l’impiego intelligente del 3D hanno consentito alla prospettiva degli spettatori un tale realismo, che si ha proprio la sensazione di trovarsi sospesi nel vuoto del cosmo come i protagonisti del film. La suspense viene amplificata dall’agorafobia e questa ‘pressione’ del nulla fa lievitare l’ansia di chi guarda come è riuscito a pochi thriller. Le considerazioni sull’’attendibilità’ scientifica della storia che, ovviamente, sono state fatte a posteriori da specialisti e scienziati e che hanno evidenziato le incongruenze e le differenze riscontrate con le vere missioni spaziali non pregiudicano affatto l’efficacia dell’opera che è veramente tutta da godere; il finale, che lo si ritenga convenzionale o meno, è emozionante e, tutto sommato, risulta liberatorio. Gravity,  è da intendere a mio avviso come la grande raffigurazione di un viaggio di ritorno il cui itinerario è duro ed accidentato, ma comunque deve essere percorso fino in fondo.

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