Holograms: Forever

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Band di Stoccolma non troppo nota qui da noi, gli Holograms sono giunti con Forever al secondo album. Seguaci di uno stile post-punk cupo e rabbioso, dopo un primo disco ‘tosto’ ma non ben collocabile e, soprattutto, ricco di elementi punk, sembrano sulla strada della maturazione musicale: Forever è ancora un lavoro legato al post-punk, è ancora ‘tosto’, ma molto più coerente e, in ogni caso, godibile, se tale termine si può usare per definire delle sonorità nere e rancorose come non capita troppo spesso di questi tempi. C’è molta chitarra, la ritmica è spesso aggressiva ed il canto tempestoso: in pratica, il rumore non manca. Apre “A Sacred State”, un tripudio di chitarra impetuosa, il basso forte ed aggressivo e il canto potente si riversa a ‘spettinarci’ con energia. Dopo, “Flesh And Bone” sembra quasi una via di mezzo fra i Joy Division ed i Killing Joke mentre “Meditations” si allinea più decisamente ai secondi con  Anton Spe­tze che sferza la chitarra e riversa sul mondo la sua forza. “Ättestupa” è una delle tracce più cupe: inizia lentamente ma il ritmo incalza e il canto diviene ossessivo: ‘I’m so tired/I’m so tired/I’m so tired’. Anche “Luminous” ha un’atmosfera tesa e pesante e, verso la fine, una sorta di coretto da ‘ubriaco’ ci fa sentire in piena epoca punk. Ancora sonorità decisamente ‘vintage’ con “Laughter Breaks the Silence” mentre in chiusura “Lay Us Down” incede più lenta e quasi marziale nel ritmo, abbassando il sipario su un paesaggio che è divenuto ormai terra bruciata. Se consideriamo che i testi sono incentrati prevalentemente su fiamme, fuoco e morte, è chiaro che qui c’è pane per i nostri denti.  E infine se, come ha detto una volta Andreas Lagerström, bassista degli Holograms, in Svezia non c’è una vera e propria ‘scena’ per il loro genere di musica, vuol dire che la ‘scena’ gliela daremo noi.

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