Placebo: Loud Like Love

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Avevamo lasciato la band di Brian Molko alla fine dell’anno scorso pieni di speranza: l’EP B3 ci aveva abbastanza soddisfatto e sembrava contenesse i presupposti per un buon full-length. Ecco perchè ora che è arrivato Loud Like Love la delusione brucia ancora di più: i nostri parrebbero quasi irriconoscibili se non rimanesse la voce di lui a ricordarci che si tratta proprio dei Placebo. Il problema non è solo l’aver scelto il filone pop più facile ed inconsistente, ma soprattutto di non aver mantenuto la musica ad un livello accettabile. A voler riflettere, la discesa era cominciata già da un po’ e Brian Molko è rimasto forse l’unico a dare un senso ad una struttura i cui scopi sono oggi molto diversi da quelli dell’inizio. Diciamo Brian Molko per il suo carisma non necessariamente artistico: la voce così particolare, il suo modo di proporsi ed atteggiarsi, in sostanza la sua capacità di imporre la sua immagine per farne una bandiera. Un’esibizione live dei Placebo era, fino a qualche anno fa, un’esperienza davvero unica, anche perché soltanto in quei casi emergeva nuovamente il sound che ai primordi aveva dato tante soddisfazioni e che oggi è soltanto un ricordo. Forse per non sciupare la sorpresa, dei pezzi del già menzionato B3, neanche uno è stato inserito in questo album – eppure erano validi per la maggior parte! – e, come primo sintomo di originalità, i testi di tutte le tracce sono incentrati su amore e romanticismo. Prendiamo ad esempio la title track nonché singolo: il motivetto allegro di “Loud Like Love”, la chitarrina ‘ammansita’, il crescendo che ne fa l’ideale di un concerto allo stadio, tutto lascia supporre che Molko sia pronto a riempirli, gli stadi, molto di più di quanto gli fosse riuscito fino ad oggi. La seconda traccia, “Scene of the crime”, pur non essendo indimenticabile, in verità va parecchio meglio ed è meno banale del resto, riallacciandosi in effetti allo stile delle vecchie hits. Ma ahimè, giunge l’altro, patetico singoloToo Many Friends” con il suo risibile verso iniziale: «My computer thinks I’m gay/I threw that piece of junk/away on the Champs-Elysees». Poco male, se queste sono le nuove frontiere della poesia, anche musicalmente l’insulsaggine regna sovrana nonostante, come si è letto, al videoclip del brano abbia collaborato il Bret Easton Ellis di American Psycho: si resta modestamente al livello di una canzonetta canticchiabile. Ma infierire su di un gruppo che ci è piaciuto in passato solo per dare sfogo alla delusione del presente non è carino, per cui  finisco menzionando le tracce che, a mio avviso, si salvano: “Exit Wounds” ha una suggestiva ossatura minimale elettronica e cadenzata ma il sound poi si amplia e diviene trascinante, con Molko che decisamente dimostra di saper ancora cantare; di “Purify” si apprezzano basso e chitarra ed infine la morbida ballata “Bosco”, pur sfiorando il melenso per l’eccesso di romanticismo, tuttavia coinvolge con il suo pathos. Fra le curiosità che ho letto sull’uscita di Loud Like Love, una è che i nostri, per presentarlo, avrebbero organizzato una sorta di show televisivo su Internet. Sarà servito?

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