Albireon: Le fiabe dei ragni funamboli

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La fanciullezza, il ricordo, la Lingua Madre. Elementi che riscontro in Le fiabe dei ragni funamboli e che considero miei, che ho fatto miei, perchè così legato alla mia infanzia, ai lunghi meriggi estivi trascorsi in compagnia del nonno Puti ad ascoltare i suoi racconti, ad imparare i nomi degli alberi, dei fiori, dei frutti, seguendolo nel disbrigo dei lavori dell’orto. Ed imparando la mia Lingua, il Friulano. A cinque anni da “I passi di Liù” che molti hanno considerato, a ragione, uno dei più bei dischi di nuovo folk, non solo italiano, Davide Borghi torna ad imbracciare la chitarra e ci regala ben diciannove canzoni, ballate crepuscolari che rapiscono per l’arcana bellezza della quale sono dotate in buona misura. In due dischi è fratto Le fiabe dei ragni funamboli, ma la cesura non è netta, ed i confini a volte non si distinguono: nel primo, “Fiabe di rugiada”, Davide si esprime in italiano, mentre nel più breve “Fiabe di vento” onora il dialetto della sua Terra natìa, la Val d’Asta, Apennino emiliano. La parlata celtico/ligure rende queste storie personali (non trattasi di rifacimenti di tradizionali, bensì di motivi originali composti da Davide tra il 2010 ed il 2013) ancor più sentite, e l’atto di togliere la polve da un antico manufatto, o di scostare la ragnatela dalla cornice che ferma una fotografia ingiallita, pare il gesto spontaneo che più s’addice a queste enigmatiche, ma fascinosissime elegie. La grazia campestre sì, ma pure l’introspezione di “Sinter d’inveren”, una delle meglio riuscite nella descrizione d’un mondo popolato di creature immaginifiche ed incentrato attorno a riti arcaici che non vogliono morire cedendo il passo ad una modernità scarnificatrice e fredda. Le castagne lasciate freddare nel cencio, la tazza col latte appena munto, il tozzo di pane fragrante sul tavolo intagliato con cura dal falegname sono frammenti che riappaiono dal passato, evocati dal canto, mentre offre una parziale eccezione la più moderna “Neva”, un episodio che ghiaccia l’Animo nel suo scivolare su freddi tappeti di elettronica. Come Davide s’è affrettato a puntualizzare, la pronuncia risente del Tempo trascorso lontano dai suoi Paesi, ma è destino di chi, per scelta o per necessità, è costretto a spostarsi. Rendendo però ancor più vivido il Ricordo, perchè è una fiammella alimentata dalla volontà di non recidere, semmai alimentare, la vena che pulsa ogni volta che la Memoria fa affiorare un episodio che s’era rifugiato in un cantuccio, ed ancor più caldo il ritorno, seppur momentaneo, tra i propri Padri. E’ per questo che “La spusa de striun”, chiusa da un canto femmineo che rimanda ad antiche Tragedie, o “Cimiter di fulet” lasciano un segno del loro passaggio, come il solco dell’aratro che riga la terra feconda. In “Fiabe di rugiada” più saldo è il legame col folk apocalittico (“Linea”), con la vetta rappresentata da “Nel nido dei ragni funamboli”, canzone che lascia senza fiato, stupefatti dinanzi a tanta, austera e nobile bellezza. Geniale l’intarsio del sax (di Gianguido Corniani) che s’inserisce perfettamente nel contesto d’una traccia libera di esprimere il suo pensiero (l’apparato lirico è eccelso). L’incombere dell’Inverno, annunziato dalle prime brinate mattutine, forse contribuisce a ben dispormi nei confronti di questo disco, ma Le fiabe dei ragni funamboli non abbisogna di surrogati d’emozione, è sufficiente l’ascolto approfondito, muniti pure di pazienza e di comprensione. L’utilizzo della propria parlata può rendere ostici alcuni passaggi di “Fiabe di vento”, ma la voce in questo caso può davvero fungere da istrumento, mentre è proprio l’apporto testuale, profondo ed ispirato, a far piacere la porzione “Fiabe di rugiada”, ove il terzetto guidato abilmente da Davide s’esprime in tutta la sua bravura (tra i tanti c’è un brano, “Distanze”, reso ancor più vivo dalla voce di un infante). Certo, trattasi di un disco che mai raggiungerà la massa, questa non è la sua ragione, ma sicuramente saprà conquistare le coscienze più sensibili. Nell’attesa che la neve inizi a scendere, per coprire col suo algido drappo la Campagna immersa nel sonno invernale…

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