The Eden House: Half life

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Eccolo, finalmente Half life gira sul piatto del mio giradischi. Perchè l’ho voluto in vinile, così da ricollegarmi a quando aprii la busta contenente “First and last and always” o “Gods own medicine”. Questo è il punto di ri-partenza del goth-rock, suonato da un super-gruppo che fa ruotare attorno al nucleo Carey/Pettitt/Jackson/Rippin una schiera di illustri guest, tra i quali doveroso menzionare Monica Richards (sue le vocals celestiali sull’apertura “Bad men”), Simon Hinkler, Bob Loveday ed addirittura, udite udite!, Phil Manzanera (Roxy Music, of course). Il quale già aveva fatto da mentore ai Rosetta Stone e, a dispetto dell’età non più verde, si diletta ancora a curiosare nell’underground. Segno tangibile che, se c’è lui, la qualità in Half life non può difettare. Poi sono le voci a far impennare l’indice di gradimento, perchè la citata “Bad men” (uscita pure su singolo) è brano talmente bello e gradevole che, se ci fosse in Italia un conduttore radiofonico coraggioso (beh, ovvio che mi riferisco alle emittenti nazionali), non dovrebbe esitare un istante ad inserirla in play-list e mandarla in heavy-rotation. Una siffatta canzone viene pubblicata ogni… anni, perchè non condividerla, in questi tempi di magre? “Indifference” non le è da meno, più ritmata è “Wasted on me”, con la batteria di Rippin lanciata e pregevoli intarsi di chitarra, eleganza formale impeccabile ma pure sangue che pulsa nelle vene. Una produzione netta e perfettamente bilanciata evidenzia ogni singola striatura, ogni possibile sfumatura; “Hunger” rimanda a “Dream on”, ma non lo fa direttamente, è un riferimento obliquo che va colto come l’ultimo raggio del sole morente all’occaso, come fosse l’ultimo tramonto al quale assisteremo, Queenie Moy lustra il monile lasciato per troppo tempo nella teca, poi lo espone facendolo rifulgere in tutta la sua grazia, “The empty space” aderisce in parte alla tradizione sisteriana/missionaria in virtù di un chitarrismo che cesella note su d’un ordito fine e solo apparentemente delicato (vi opera Simon Hinkler che co-firma il pezzo). Fra dream-pop e declinazioni psichedeliche, il cambio di lato ci porta in dote una “Butterflies” interpretata da Jordan Reyne, passeggiando tra i giardini dell’Eden rimirando ogni possibile sorta di bellezze. Si potrà a questo punto far notare che Half life non possiede mordente, mai cedendo alla frenesia strumentale, ma giunge “The tempest” a fugare dubbi, contando la traccia numero sette di un impasto che si serve di una ricetta che The Mission hanno perfezionato, e che NFD (dai quali provengono Carey, Rippin ed il Nephilim Pettitt) e Last Rites hanno saputo conservare, poi “City of goodbyes” si muove tra marciapiedi umidi di pioggia ed una foschia avvolgente, in lontananza si scorgono le sagome sfocate degli All About Eve, luci al neon si spengono e si riaccendono ad intermittenza, bagliori freddi che surrogano il lucore lunare in questa città che troppo presto dimentica chi vi ha abitato, il finale è un crescendo epico di emozioni che precedono l’addio, definitivo e senza pentimento, suggellato dal violino di Loveday, virile nel suo saluto. Non si volge al passato col rimpianto, Half life, in vece è opera modernissima pur rifuggendo il (permettetemi il giuoco di parole) facile modernismo, ecco perchè può rappresentare la vera rinascita del goth, perchè ne traccia una strada nuova, che va percorsa fino in fondo. A differenza di altri, non vi troverete le gighe brit alle quali altri ricorrono, perchè ancorarsi al passato può mascherare vuoti d’ispirazione, e non è il caso de The Eden House, collettivo che sa trarre il massimo da ogni singolo componente, anche se occasionale collaboratore, nel nome d’una comunione artistica d’intenti che va apprezzata. Bello girare il vinile e riposizionare la puntina sulla prima traccia, ripartire da quella “Bad men” che mi fulminò in tutto il suo splendore, per poi ritrovarsi a “First light”, la prima luce che chiude un disco che non dimenticheremo tanto presto. Sia lodato Half life.

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