“Venere in pelliccia” di Roman Polanski: il bello del sadomaso

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Si colloca proprio sul confine tra commedia e dramma, assorbendo da entrambi i generi alcune delle loro caratteristiche, l’ultimo, straordinario film di Roman Polanski che, alla verde età di ottant’anni, non perde un colpo.  Venere in pelliccia è questo: un capolavoro di regia, di eleganza, di recitazione, che dimostra come si possa fare grande cinema con quattro sedie, un vecchio teatro polveroso e due soli personaggi, senza effetti speciali o immagini mirabolanti. Polanski riprende  un classico, la pièce teatrale di David Ives ispirata al romanzo erotico scritto da Leopold von Sacher-Masoch nel 1870, per farne un po’ la summa della propria poetica, il concentrato delle proprie ossessioni: non a caso assegna il ruolo della protagonista all’affascinante moglie Emmanuelle Seigner e le pone di fronte l’attore franco-polacco Mathieu Amalric in cui palesemente ha voluto rispecchiarsi. Quest’ultimo, infatti, impersona la figura di un regista teatrale che, impegnato nell’allestimento di una nuova versione dell’opera, è alla ricerca di un’attrice che possa calarsi nei panni di Wanda Von Dunajev, la donna fatale della situazione. Quando si trova di fronte Vanda/Seigner, capitata lì all’ultimo momento per partecipare al provino, ne riceve un’impressione decisamente negativa: truccata volgarmente ed agghindata anche peggio, grossolana nel linguaggio, apparentemente non somiglia affatto al modello femminile dominatore e seducente che aveva in mente per la parte. Eppure la chimica dei sessi è spesso strana e così il regista Thomas viene indotto dall’aspirante attrice a verificare il suo talento recitativo. Comincia come un gioco per trasformarsi rapidamente in una cosa seria: i due si calano nei ruoli di protagonisti della pièce e, non si sa se perché fra il loro carattere e quello dei personaggi c’è un’analogia e se semplicemente il clima si ‘ scalda’ nel corso della prova, fatto sta che realtà e finzione si avvicinano così tanto da sovrapporsi. Thomas diventa Severin, Vanda diventa – o è? – Vanda/Venere e il vecchio, caotico palcoscenico diventa la vita: l’indifferenza si stempera nella passione e il dolore si trasforma in piacere secondo un criterio affascinante che Polanski conosce molto bene. Egli oltrepassa qui i confini fra le diverse arti, con il consumato mestiere di chi sa di poterle padroneggiare tutte: insuperabili i dialoghi fra i due, da ascoltare con il massimo dell’attenzione per non perderne neanche una sfumatura e per comprendere che il confronto fra Thomas/Severin e Vanda va visto come il ‘contraddittorio’  fra due soggetti, un uomo e una donna, intenti a mettere a nudo i loro desideri e le loro inclinazioni più nascoste. Ecco dunque che, quando recita, Vanda abbandona i panni della rozza popolana per indossare quelli del  raffinato ‘oggetto del desiderio’ mentre Thomas viene privato del suo snobismo un po’ ‘intellettualoide’ e mutato nella ‘vittima’ che volontariamente si offre al ‘carnefice’. Fra quattro pannelli di legno ha luogo l’eterna competizione della passione ed è una donna non più nel fiore degli anni ma splendida e traboccante carisma a interpretare per l’ennesima volta ‘das Ewig-Weibliche’ in una versione moderna e indubbiamente trasgressiva.

Emmanuelle Seigner sostiene la parte in un modo talmente egregio da far supporre che sia stata pensata per lei: i suoi sguardi provocanti bucano letteralmente lo schermo e la forza che emana nobilita persino la grottesca scena finale – criticata da alcuni – in cui viene sostanzialmente ‘sancita’ la sua vittoria; Mathieu Amalric, tuttavia, non è da meno nella sua accettazione di un gioco che diviene velocemente rivelazione della propria intimità e nell’assumere il ruolo del succube è ben cosciente  che è il suo e che non potrebbe essere diverso. I due vanno oltre la trappola dell’ambiguità che, ad un certo punto, viene posta loro ribaltando per un attimo le loro posizioni: Venere in verità è anche questo, creatura quasi diabolica così come il suo contrario, ad uso e consumo della relazione passionale; il risultato alla fine non cambia, perché sarà lei a danzare intorno alla vittima, decretando una supremazia che era chiara dal principio. E mentre all’inizio la suggestiva immagine di un lungo viale alberato sferzato dalla pioggia faceva presagire fosche atmosfere, il finale si colora di ironia: l’amore, come la vita non sarà mai soltanto tragedia.

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