Inner Shrine: Pulsar

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Il nuovo album degli Inner Shrine apporta delle rilevanti modifiche alla rotta stilistica che fino ad oggi ha segnato il curriculum del gruppo fiorentino. Nuovo contratto discografico, voce appannaggio del solo Luca Liotti, assieme al rientrante batterista ClaudioTovagli al comando del quartetto completato dai nuovi innesti rappresentati dalla seconda chitarra di Francesco Betti e dal basso di David Cangi, ed un approccio moderno che può rinunziare agli orpelli senza che peraltro la cifra gothika ne risenta. L’apertura “Black Universe” si risolve in un metal cadenzato, dall’incedere sicuro, mentre “The last day on earth” è disperata e lenta, come lo scorrere della camera sul paesaggio devastato da un bombardamento nucleare. Pulsar è pesante ed obscuro, è lo sguardo spaurito del sopravvissuto, intento a ritrovare segni confortanti d’una vita spazzata via da tragicissimi eventi che lo hanno visto forzato protagonista, è la polvere che si leva sulle macerie ancora fumanti d’una civiltà che si è votata alla auto-distruzione, è il lamento che si sperde nella distesa di rovine, grovigli di cemento, ferro ed ossa fusi in un tutt’uno, cenotafio d’un passato che nessuno potrà tramandare, perché probabilmente non vi sarà alcuno pronto a raccogliere le sue testimonianze. Pulsar è il filo che s’è spezzato, ma Liotti e Tovagli hanno saputo raccogliere i due capi e riannodarli con sapienza, l’incisiva title-track lo afferma, non è un secondo “Mediceo” (Cecilia Boninsegni non è più in formazione, e non avrebbe avuto senso alcuno ricercare un suo clone come altri hanno tentato con risultati a volte disastrosi), la vena sinfonica non s’è dispersa e nemmeno inaridita, perché il senso d’immane, incombente tragedia che pare sospeso su Pulsar si avvale ancora di partiture articolate, anche se rese più lineari  per meglio aderire allo svolgersi della narrazione (le magnifiche tastiere vintage di “Peace denied” rimandano a produzioni cinematografiche del passato ove il genio dello sceneggiatore si dimostrava risolutivo per la riuscita della pellicola). E’ chiaro che il mutamento appare a volte drastico, sopra tutto nel cantato (a parte la già notata assenza della Boninsegni, Liotti si avvale sovente di effetti che stemperano il suo growl), ma dopo ripetuti ascolti Pulsar m’ha convinto, risultando forse il disco più coraggioso fra quelli pubblicati fino ad oggi dagli Inner Shrine. Il finale, rappresentato dall’ambient darkeggiante di “Between” (che potrebbe preconizzare un futuro meno cupo di quanto le tracce che lo precedono lascino presagire) chiude un’opera che sicuramente segnerà significativamente la carriera dei toscani.  

Email: http://www.bakerteamrecords.com
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