Have a Nice Life: The Unnatural World

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La band americana Have a Nice Life, fondata nei primi anni 2000 da Dan Barrett  e Tim Macuga, ha pubblicato il suo doppio debut-album Deathconsciousness nel 2008, riscuotendo molto interesse: la loro miscela di postpunk e shoegaze, ravvivata da frequenti passaggi noise piuttosto forti, si abbinava bene alla loro attitudine cupa e il messaggio rappresentava in pieno un senso di inquieto disagio a livello esistenziale molto vicino a certi stati d’animo degli anni ‘80. La loro carriera prosegue con tempi tutti suoi, visto anche il carattere schivo del duo che, nel corso del tempo, non ha mai abbandonato la dimensione underground per cercare un contatto con il grande pubblico. The Unnatural World, il secondo lavoro è però davvero un ottimo disco. Apre “Guggenheim Wax Museum”: lenta mel ritmo, l’atmosfera, più che solenne, appare opprimente, suscitando curiosamente l’idea di una struttura enorme che si sposta con passo pesante, Poi, però,  con “Defenestration Song” arriva l’inquietudine di una chitarra letteralmente minacciosa, per non parlare del basso, mentre la parte vocale sembra la parodia di una melodia: l’eredità post punk ha generato un’appendice ancor più malata. “Burial Society” è un altro dei gioielli dell’album: andamento sempre lento, le note ‘sintetiche’ incorniciano ghiacciate un canto che appare quasi imprigionato dietro un muro tanto è denso di solitudine e timore. A questo punto si insinua una visione infinatamente tetra: inMusic Will Untune The Sky” la musica diviene pura, impalpabile atmosfera e il ritmo si azzera, cedendo alla voce la guida di una sorta di blasfema preghiera. Anche dopo non prevale certo l’allegria: “Cropsey” è dedicata al leggendario uomo nero di Staten Island, il rapitore di bambini che si aggira bieco nei boschi e potete stare certi che il clima è adeguato all’argomento; fra le inquietanti voci registrate di un adulto ed un bambino, la tastiera che manda onde minacciose, non si sa proprio cosa preferire. Forse l’energia che, suo malgrado, emette poi “Unholy Life”, una doccia fredda ‘noise’ in cui quasi pare che una chitarra ‘impazzita’ sia improvvisamente stata messa in libertà. In chiusura, “Dan And Tim, Reunited By Fate” propone un ritmo di nuovo potente ed ipnotico, un basso sferzante e la confusione crescente di strane dissonanze che accompagnano un canto proveniente da abissi lontani, mentre la lunga“Emptiness Will Eat The Witch”, dominata da una tristissima tastiera, finisce in angoscia una storia che lascia interdetti e turbati. Sul messaggio che gli HANL vogliono trasmetterci, sarà forse meglio sorvolare.

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