“Lei” di Spike Jonze: meglio soli o male accompagnati?

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Un’esperienza dolce/amara – ma l’amarezza si percepisce forse più della dolcezza – la visione del film Lei (Her) di Spike Jonze, recentemente vincitore dell’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Sull’originalità dello script, in effetti, non sussistono dubbi: la storia va ragionevolmente ascritta alla categoria della fantascienza, dato che rappresenta eventi che, con la tecnologia di oggi, non sono ancora possibili, ma l’impostazione romantico-esistenziale data alla vicenda ne fa tutto sommato un caso abbastanza unico nel genere. Mancano indicazioni precise sul posto ed il tempo in cui la pellicola è ambientata: ci troviamo in una metropoli americana – ma i grattacieli che ogni tanto si vedono pare siano quelli di Shanghai – in un’epoca che dista dalla nostra non più di una ventina di anni; non si viaggia per le città con i veicoli di Guerre stellari ma il progresso che sembra esserci stato riguarda principalmente la struttura sociale e le modalità di interazione fra gli individui. I computer obbediscono a comandi vocali, il che non è già più una novità, ma ora tendono a sostituirsi agli uomini in numerose incombenze che, al momento attuale, sono ancora loro riservate: leggere i messaggi e inviarli, organizzare la giornata, regolare i rapporti con il prossimo e così via. In questo modo le macchine hanno finito col diventare irrinunciabili ‘presenze’ senza le quali si complicano le comuni procedure quotidiane e, purtroppo, non solo quelle. Normale, quindi, che, in un’epoca siffatta, la gente giri per la strada con un auricolare all’orecchio grazie al quale comunica con una non meglio specificata intelligenza artificiale, senza in effetti relazionarsi con alcuno in carne ed ossa; normale che i contatti fra persone siano ridotti al minimo, legati soprattutto al lavoro o altre necessità concrete, e che persino scrivere lettere private possa essere delegato ad un apposito ufficio in grado di fornire tale servizio – naturalmente con l’aiuto dei computer –  a chi non ha tempo o voglia di occuparsene. La solitudine, in questo universo così evoluto, regna sovrana e ogni individuo sembra essersi costruito addosso un microcosmo in cui vivere in modo autosufficiente sotto tutti gli aspetti. Ci si mette un po’ prima di comprendere che ciò che a prima vista appare pacifico ed ordinato e sembra perfettamente funzionale nasconde in realtà un vuoto generalizzato – ma soprattutto spirituale – che non può non tormentare l’esistenza. Lo dimostra il protagonista del film, Theodore, interpretato da un brillantissimo Joaquin Phoenix, che inizialmente non sembra afflitto da una particolare problematica, ma, nel corso della storia, finisce con l’innamorarsi del modernissimo sistema operativo installato nel suo computer sublimando così la propria incapacità di sostenere una normale relazione amorosa con una persona vera che interagisca con lui sul suo stesso piano. Theodore è stato sposato con una donna bella e sensibile, ma l’esperienza non ha funzionato. Non ha saputo liberarsi dei ricordi e dei rimpianti e non riesce ad instaurare nessun altro vincolo sentimentale significativo. Vive delle amicizie femminili ma non sa gestire correttamente nemmeno quelle. Samantha – il vezzoso nome che il sistema informatico OS1 si è dato per essere identificato ancora più facilmente con una donna reale – pare essere giunta nella sua vita per salvarlo da una situazione di stallo senza speranza. L’’unione’ con la creatura virtuale sembra andare così bene, che quasi si riceve la sensazione che il regista sia a favore di questa totale spersonalizzazione dei rapporti: se è una voce disincarnata la soluzione della nostra infelicità, perché non servirsene?

Inutile dire che le cose non stanno così e, nel corso della vicenda, insieme agli interrogativi sul futuro di Theodore e Samantha, sorgerà il dubbio se sia corretto consentire alle macchine di acquistare sempre più spazio nelle nostre vite fino a dominarle completamente e se sia eticamente accettabile che vengano inventati congegni in grado di imitare l’uomo quasi in tutto, in modo tale da poter prendere il suo posto. La storia si evolve in una direzione su cui, naturalmente, è giusto sorvolare: basti chiarire che la solitudine ed il disadattamento di Theodore non potranno venire risolti né da Samantha né da altri surrogati, per quanto questa drammatica verità sia presentata da Spike Jonze con una leggerezza tale da  non risultare troppo angosciosa. Rimangono le inevitabili considerazioni sul nostro domani, di fronte ad una visione della realtà non molto lontana dal contesto in cui viviamo: l’idea di Samantha, infatti,  pare si ispiri a Siri, il software della Apple relativo al riconoscimento vocale per iPhone e iPad. Resta anche la tristezza destata dalla vista di centinaia di uomini e donne che circolano per le strade  attaccati ad un auricolare con cui interagiscono invece di chiacchierare fra loro, che si sfiorano senza vedersi e senza curarsi l’uno dell’altro, felici solo di comunicare con qualcuno/cosa che li capisce davvero. Un ultima notazione riguarda la colonna sonora degli Arcade Fire: non li ascolto abitualmente, ma hanno fatto un lavoro egregio, creando una musica che di certo piacerà anche a chi non dovesse apprezzare il film.

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