“Snowpiercer” di Bong Joon-ho: viaggiare sicuri!

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Snowpiercer, il più costoso film mai prodotto in Corea, testimonia la vitalità di un cinema – quello coreano, appunto – in piena evoluzione ed espansione creativa grazie ad un manipolo di registi intelligenti e ricchi di talento, fra i quali certamente Bong Joon-ho, oggi alla sua prima opera di portata internazionale. La pellicola si basa sulla serie a fumetti francese Le Transperceneige di Jean-Marc Rochette e Benjamin Legrand, di contenuto fantascientifico, ed è un progetto che il regista cercava di realizzare da circa una decina di anni. Finalmente le riprese sono state avviate nel 2012 ed effettuate nella Repubblica Ceca: il risultato è stato talmente positivo che Snowpiercer è destinato a diventare un ‘cult’ assoluto nel genere della fantascienza apocalittica.

L’importanza del film, comunque, non è legata esclusivamente ad una regia abile e spettacolare, che mostra un’ottima padronanza dei mezzi e delle possibilità del cinema: Bong Joon-ho ha creato un’opera che contiene una riflessione impegnativa sulla natura dell’uomo e sulle sue prospettive di vita e che presuppone una visione dell’esistenza pessimistica ed inquietante. L’aspetto interessante è che tale riflessione scaturisce da una sorta di versione in chiave moderna del racconto biblico dell’arca di Noè, in cui a capo della comunità dei sopravvissuti non è il ‘giusto’ Noè, bensì il meschino Wilford che, forse con maggior realismo ma di certo senza le nobili motivazioni che spinsero il leggendario patriarca, sulla sua ‘arca’ ha organizzato le cose in modo che rispecchino le differenze sociali del mondo vero. Poiché poi siamo nel 2031, al posto di una vecchia ‘barca’ compare un lunghissimo treno su cui, in seguito al gelo che, per gli errati esperimenti degli uomini, ha invaso la terra, hanno trovato posto pochi fortunati che non sono rimasti assiderati nel frattempo. Questo treno continua a correre senza mai fermarsi, percorrendo sempre il medesimo itinerario attraverso paesaggi ghiacciati ove, apparentemente, non esiste più nulla di vivo. Le condizioni a bordo di questi convogli, tuttavia, non sono uguali per tutti: in coda sono radunate le classi sociali più povere e disagiate, in testa le classi dirigenti privilegiate. Tale suddivisione in uno spazio così limitato è una base molto poco solida per una struttura che, per resistere in circostanze così complicate, ha bisogno di una gestione più che razionale. Inevitabile, dunque, che la situazione esploda con conseguenze assai drammatiche.

La storia di Snowpiercer assomiglia ad una storia del genere umano che sembra destinata a ripetersi di continuo, pur nel mutare delle epoche e delle problematiche. Ma l’idea pessimistica di base, che vede la società civile come un’eterna lotta fra i più forti ed i più deboli, con questi ultimi che cercano di riscattare le proprie sorti, rivendicando con alterne fortune condizioni di vita più democratiche non sarebbe sufficiente, nella sua limpida semplicità, a giustificare due ore abbondanti di pellicola se non fosse supportata dalla maestria indiscutibile del regista e da una sceneggiatura molto indovinata. L’intera vicenda si svolge in un ambiente che definire claustrofobico è poco: impressionante la vista di tutte le persone ammassate senza alcun rispetto per le loro esigenze primarie in uno spazio, oltre che insufficiente, opprimente e sporco fino all’inverosimile. In questo orribile sito si sono svolte le vite dei protagonisti, spesso tragiche ed intrise di violenza, per ben diciassette anni; sono nati bambini, si sono sviluppati rapporti interpersonali e si sono consumati drammi. Dall’altra estremità del convoglio, fermo restando il senso di chiuso e di ‘imprigionamento’ dovuto alla costrizione all’interno di un’area che ha necessariamente dimensioni limitate, pochi privilegiati grazie al caso godono di agi e confort di cui la massa degli altri non ha assolutamente idea. Già il percorrere il treno per tutta la sua lunghezza rappresenta una specie di esperienza visiva: proseguendo in linea retta, si incontrano una porta dopo l’altra ed ognuna di esse si spalanca su un ‘mondo’ diverso dal precedente che ha esclusivamente il senso di  trovarsi in quel determinato ordine di quella determinata struttura; riesce a sopravvivere soltanto ciò che obbedisce all’assetto prestabilito sotto la direzione della ‘sacra locomativa’, sembra essere il messaggio. La storia, in questo come in altri casi, sta a dimostrare quanto quest’idea non sia valida. Benchè la condizione dei più poveri ammucchiati in coda al treno sia sicuramente penosa, anche quella di chi è collocato negli altri vagoni non è poi così invidiabile: il culto di chi detiene la gestione della locomotiva – il misterioso signor Wilford – è praticamente obbligatorio, la convivenza forzata è resa stabile dalla diffusione di droghe che ottundono i sensi, peraltro adoperate da ognuna delle classi sociali. La moderna ‘arca di Noè’ dimostra tutti i suoi limiti nella violenza che viene usata senza risparmio, mortificando valori e sentimenti che dovrebbero essere patrimonio della razza umana. La visione pessimistica del regista lascia un unico spiraglio di speranza nel ‘bianco’ finale…

Perfette le prestazioni degli attori, dal protagonista Chris Evans al vecchio ‘saggio’ John Hurt; sfido chiunque a riconoscere l’algida Tilda Swinton nei panni del petulante ministro Mason. Inutile aggiungere che, come tutte le opere meritevoli, anche Snowpiercer ha avuto problemi e rallentamenti nella distribuzione. Non ci avreste scommesso?

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