We Are Waves: Labile

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Chissà perché (a volte ci si sorprende, dinanzi a certe manifestazioni della nostra mente), ma gli We Are Waves, quartetto italianissimo che va ad incrementare nel numero, e nella qualità, la nutrita pattuglia devota alla wave in tutte le sue declinazioni, hanno fatto riemergere l’urgenza di andarmi ad ascoltare vecchie band poco citate, come A Flock Of Seagulls… Mi piace giuocare, ad immaginarmi come un complesso operante nei primi ottanta suonerebbe nell’anno del Signore 2014… Lasciamo perdere vaneggiamenti (i riferimenti sono labilissimi, credetemi che stavolta solo di celia o poco più trattasi), e dedichiamoci come giusto all’ascolto di Labile che nella sua track-list comprende una coraggiosa e personale rivisitazione dell’ultra-classico “A forest”. Da fuoco alle polveri “Road to you” (sì, forse in quell’irruenza c’è qualcosa di Mike Score e soci), ed “Old days” e “Raquin’s violent vein” s’arrampicano decise sulle scoscesi pendici dell’elettro-wave più intrigante. Il cantato di Viax (anche alla chitarra) si dimostra autorevole e ben impostato (la vena melancholica a la Robert Smith emerge spontanea), i synths di Cisa non mancano di far udire la loro voce, mentre la sezione ritmica (Mene al basso – che in “Worship” cita Mick Karn –  e Frank alla batteria) assolve al gravoso compito con perizia ed applicazione. Echi di Ultravox (“Blue lies”), andatura sostenuta, testi curati (e revisionati da Andrew Pennington, perché troppi scivolano sull’inglese, ma non WaW), l’atmosfera che si dilata (la rarefazione della notturna “Whenever I’m alone”, la solitudine condivisa col lucore incerto dei lampioni, mentre la nebbia cala lenta ad avviluppare l’anima già agghiacciata dal senso di vuoto generato da un addio inatteso), se ripenso a troppi nomi sbandierati ai venti del mainstream solo perché foresti mi vien voglia di abbandonare la tenzone… Ma reggiamoci forte e combattiamo la procella, perché “Emptiness behind the walls”” ci da conforto. WaW (come Other Voices e tanti altri) non devono temere il confronto con chicchessia, sono bravi e preparati (“Here”), conoscono la materia e non temono prove d’esame. Finale di disco con la citata “A forest”, preceduta da “If you were me, you would have gone elsewhere” colla quale si lega magnificamente, e dalla bella ed intimamente dark “Rotten galaxy”, ove le tastiere disegnano traiettorie oblique, andando ad accrescere il palpabile sentimento d’inquietudine generato dagli altri strumenti e dall’interpretazione (adeguata ad un contesto di sofferenza e di aspettativa) di Viax.

Per informazioni: http://www.memorial-records.com
Web: http://www.wearewaves.net
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