Trust: Joyland

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Mentre per il loro primo album, Trst, gli elogi si sono sprecati e la maggior parte della critica ha gridato al miracolo, questa seconda prova dei Trust ha avuto una sorte decisamente diversa. Non che sia spiaciuto a tutti ma, di certo, a tanti e di costoro, molti hanno attribuito la colpa dell’improvvisa inversione di tendenza alla defezione di Maya Postepski, che ha scelto di abbandonare definitivamente il progetto, come se il suo contributo al precedente lavoro fosse stato l’unico importante. In ogni caso, non occorrono poi chissà quanti ascolti per accorgersi che, in Joyland, il cambiamento c’è stato e non in meglio, tutt’altro. Dei brani presentati, non ce n’è nessuno che colpisca davvero; l’impostazione ‘sintetica’ non è diversa ma appare come ‘banalizzata’, mentre la parte vocale a cura di Alfons – assai poco riuscita – oscilla tra passaggi onestamente brutti ed altri in un falsetto così artificiale e curioso che non si capisce bene da dove venga fuori; insomma, per il mio gusto, non c’è molto da salvare. Andando un po’ nel dettaglio, l’opener “Slightly Floating” rappresenta un morbido esordio sintetico dal clima leggero, quasi aereo, punteggiato di sognanti ‘dlin dlin’ ed una parte vocale sfuggente, francamente inutile. Con “Geryon” cominciano le danze ma le più insulse che si possano  immaginare; subito dopo, arriva finalmente un pezzo carino: “Capitol” che  ha un’atmosfera ‘sognante’ ma meno inconsistente e si pone in linea con le cose migliori di Trst. Segue l’indefinibile title track, della quale non posso dire altro se non che si tratta di un infantile motivetto elettronico cantato da una voce in falsetto del tutto asessuata, le cui motivazioni non mi sono chiare. Potrebbe trattarsi di un mio limite ma vedo in giro analoghe perplessità. Per fortuna, “Are We Arc?” devia dalla china presa, il falsetto appare solo in un isolato coretto e la gradevole melodia è sorretta da un bel synth ma niente che faccia andare in estasi. Poco altro di positivo resta da dire: con “Four Gut” si balla, per “Rescue, Mister” e “Lost Souls/Eelings” rimando a quanto già detto della title track e così via, fino alla conclusiva “Barely”. Quest’ultima, in effetti, ci offre una boccata di ossigeno: Robert Alfons canta in modo accettabile, dal synth giumgono note malinconiche ma sorridenti, però la melodia ha qualcosa di già noto che la sminuisce un po’; in ogni caso questo è quanto di meglio, a mio avviso, possiamo trovare in Joyland.

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