Day Before Us: Misty shroud of regrets

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Nulla conoscevo dell’opera di Philippe Blache, e Misty shroud of regrets è giunto a strappare il sudario della mia ignoranza un mattino di maggio che pareva novembre inoltrato. Ramingo, passeggiavo lungo un tratto di costa che l’uomo ha addomesticato, ma che si concede all’abbraccio della Natura quando questo non vi s’avventura. Il vento spirava obliquo proveniente dal mare, la superficie del quale increspava ed ornava di pizzi di schiuma che si rincorrevano sulla distesa grigioverde che schiariva a chiazze. Gli scrosci dell’iniziale “The iron shroud” poi ripresi nella conclusiva title-track parevano mondare l’aria ammorbata dal Male, in un mondo pre-umano, o probabilmente post-umano, ove il silenzio ha ripreso sopravvento sul frastuono assordante prodotto dalle macchine, in un lungo (ma non più quantificabile, non esistono strumenti per farlo, o non v’è ormai nessuno ad interpretarli) inverno nucleare. Misty shroud of regrets è la pacificazione dell’anima atterrita, sancita da un panismo morbido, al quale seguono densi fraseggi drone che sottolineano lo scorrere immutato d’una stagione unica, contrassegnata da un crepuscolo infinito e dal freddo stagnante, ché il sole non riesce più a forare la densa cappa di fuliggine che sovrasta la crosta terrestre, deserto infecondo di bitumi e di rovine. La bellezza di Misty shroud of regrets è imponente come i paesaggi che evoca, in sé la rarefazione del suono lascia ispazio a pensieri che rimangono sospesi in una dimensione vaga, dai contorni impercettibili, e che negli ultimi secondi che conchiudono l’opera lascia intravedere un Futuro possibile, ove la Luce potrebbe presto tornare.

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