Elegy Of Madness: Brave dreams

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E’ un disco, Brave dreams, che pur collocandosi in un ambito che si è conquistato le grazie di una larga fetta di pubblico di fedele osservanza metallica, ma che certo non può definirsi di massa, non può non piacere trasversalmente, perché dall’ascolto dei brani che lo compongono traspare la bravura intatta di un gruppo che è cresciuto negli anni, ed ha fatto tesoro delle esperienze maturate. Vi sono degli elementi da sottolineare e che, sommati gli uni agli altri, forniscono un quadro chiaro delle potenzialità di quest’opera. Inserti electro modernizzano la struttura, classica nel suo genere, di “Run away”, uno dei motivi più intriganti di un lotto che vanta altri passaggi di assoluto valore, come l’epica “21st March” (gli scudieri trattengono a stento i destrieri dalla froge frementi, mentre i cavalieri studiano le mosse da dietro le celate, coi i pennacchi multicolori degli elmi che si agitano al vento che soffia obliquo sul campo di battaglia, presto rosso di sangue). Anja Irullo adatta la propria voce ai variabili registri di ogni singolo episodio di Brave dreams, ed anche la canonica ballatona (la magniloquente title-track) che in un disco di sympho-goth-metal non può mancare pena la denunzia certa d’eresia, si risolve in un pieno successo, testimoniando così che gli Elegy of Madness sono giunti al traguardo della piena consapevolezza nei propri mezzi, che non sono pochi. Tanto da poter osare pure soluzioni che possono suscitare sentimenti contrastanti, nei puristi del metallo, ma le alternative che propone “Red dust” chiamando in causa i Depeche Mode che ispirano i vocalizzi virili ed inserendo chitarre più pesanti del solito nella struttura portante del brano, molto moderno nella sua concezione, che deve qualcosa alla corrente tedesca dell’industrial.-metal, si rivelano validissime e sopra tutto praticate con cognizione. Ancor più sorprendente il rap (sì, avete letto bene, miei cari) d’italico stile di “Uomo”, e qui sì che potrebbero aprirsi le cateratte della critica miope, ma che insinua scenari che potrebbero riservare sorprese in futuro (ascoltatelo, non aggiungo altro, può spiazzare all’inizio, ma poi potrà conquistarvi, e tenete ben a mente che gli EoM provengono di Puglia, terra feconda d’ispirazione e di contaminazione). Brave dreams, non datemi del vecchio petulante, dai!, mi fa rimpiangere il buon vecchio vinile, che certo avrebbe reso maggior giustizia a livello sonoro ad un grande album quale questo è, e se qualche peccatuccio lo commettono (quell’autocompiacimento che traspare da “The spirit of the sacred willow” e da “Holding your hand” e che è proprio dei gruppi di statura, e perché d’altronde non specchiarsi nella propria istessa bellezza?), possiamo concedere loro il Perdono, lo meritano! Brave dreams sposa anche una nobile causa, sostenendo la nobile causa d’una associazione che si occupa del sostegno ai malati di sclerosi multipla.

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