Evenoire: Herons

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E’ il rosso il colore che campeggia deciso sull’intrigante cover di Herons, opera seconda dei validi lombardi Evenoire (segue di un paio di anni l’antecedente, da noi istessi all’epoca recensito, “Vitriol”, ove predominava il blu dell’acqua). Rosso come il Sangue ma anche come il Fuoco, elemento che distrugge e purifica, le cui fiamme si lasciano dietro cenere dalla quale risorge però nuova vita. Herons conferma le ottime impressioni suscitate all’epoca dell’esordio, consegnandoci un sound magniloquente edificato da un gruppo coeso e dotato di tecnica e di gusto (e se si è fatto più duro, viene ammorbidito da intermezzi melodici amenissimi, come in “Devil’s signs”). E sopra tutto elevato al Cielo dalla magnifica voce dell’interprete Lisy Stefanoni, artefice di una prova maiuscola che sottolinea la sua esponenziale maturazione come cantante dal talento cristallino, in grado davvero di decidere, da sola, le sorti di un brano. Renderlo cioè da semplicemente bello a sublime, e non esagero (il flavour progressivo di “The Lady of the game”). Herons appagherà anche i più esigenti fruitori di metallo sinfonico, e ne rappresenta senza dubbio uno dei più alti esempi di questi ultimi anni. Merce rara, oggidì, opere di tal valore, prive di episodi stanchi e coraggiosamente inclini alla ricerca della perfezione, senza che la fruibilità ne abbia ad onta. Permangono quei piacevoli giuochi medievaleggianti che contraddistinguevano il predecessore, come in “Wild females”, e si appaga l’udito tergiversando tra un brano e l’altro alla cerca di qualche frammento che ci possa sorprendere. Come in “Season of decay”, che nei suoi primi trenta secondi sublima il pop come veniva inteso da certe formazioni degli ottanta in bilico colla wave più edulcorata, e che poscia si risolve in uno splendido esempio di metal gothikeggiante di discendenza batava, o come nell’obscura ed enigmatica bonus-track “Aries”, colonna sonora d’una epica saga ove gesta eroiche esaltano il martirio di un manipolo di coraggiosi (e quivi la Stefanoni marchia una prova superba, da lasciar a corto d’aggettivi per descriverla). L’elevato standard qualitativo di Herons (album dal respiro internazionale tout-court) viene confermato dall’eccellente produzione (registrazioni effettuate ai Dreamsound di Monaco di Baviera), col team Mario Lochert, Dejan Djukovic e Daniel Rehbein a gestire le registrazioni e Jan Vacik a prendersi cura del missaggio, lasciando comunque agli Evenoire ampio spazio per operare su ispirazioni e concretizzare intuizioni. Si noti la presenza di Linnéa Vikstroem dei Therion in “Tears of Medusa”, ove l’ospite apporta ulteriore quoziente di tasso ad un pezzo reso ancor più suggestivo dall’avvincente sviluppo strumentale.

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