“Maps to the stars” di David Cronenberg: dalle stelle alle stalle…

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Come la critica ha unanimemente rilevato, Maps to the stars, ultimo lavoro del mitico David Cronenberg, propone un attacco feroce al mondo di Hollywood, di cui demolisce interamente gl idoli ed i falsi valori mediante una satira grottesca e feroce. Ad onor del vero, tuttavia, va precisato che i momenti in cui capita di ‘sghignazzare’ sono abbastanza pochi ed anzi, soprattutto a partire dalla seconda parte, l’occhio ‘chirurgico’ del regista, con atteggiamento decisamente disincantato e pessimista, si appunta, fermi restando i temi centrali, sui meccanismi familiari e sui danni da essi prodotti, così che, verso la fine, l’amarezza prevale sul sorriso e non si lascia la sala realmente divertiti.

Tratto da un romanzo di Bruce Wagner, Maps to the stars illustra una problematica nota al pubblico da molte altre pellicole: non si può negare, però, che mai, nelle opere precedenti dedicate al crudele mondo della ‘mecca del cinema’, la decadenza morale e la disumanità di quell’ambiente sono state esaminate sotto una lente talmente deformante da produrre come personaggi unicamente mostri, senza che se ne salvi alcuno, privando sia loro sia il pubblico di un qualsiasi spiraglio di fiducia. La famiglia Weiss è il frutto di questa visione fredda e spietata e le sue storture sono strettamente legate alla mentalità ed alla cultura in cui i suoi membri sono vissuti. Sta di fatto che fra loro non si saprebbe davvero chi scegliere: il padre inetto che si dedica ad insulse terapie ad uso e consumo di ‘vip’ inetti come lui, la madre incapace di educare e di trasmettere alcunchè di positivo al figlio, insopportabile divetto della TV, o quest’ultimo che, ben lungi dal rappresentare la purezza dell’infanzia, appare corrotto sotto ogni aspetto. Ad essi si aggiunga la figlia maggiore (Wasikowska) reduce dal manicomio, che si riunisce alla famiglia dopo vari anni di assenza ed il quadro è completo. Parallelamente alle vicende dei Weiss ci troviamo poi a seguire l’esistenza patetica di Havana Segrand, attrice ormai sul viale del tramonto che, per ottenere un ruolo che la renda famosa, non indietreggerebbe di fronte a nulla: ancora un altro ‘mostro’, di cui la grande Julianne Moore sa rendere brillantemente i lati più volgari e ripugnanti. Quasi simpatica, in questo ‘serraglio’, la figura dell’autista Jerome che, naturalmente, aspira ad entrare nel mondo dello spettacolo ma apparentemente non ha ancora fatto in tempo ad andare in ‘putrefazione’: lode a Cronenberg che, anche qui, riesce a far recitare Robert Pattinson!

Poco da dire sul ‘plot’ che, in effetti, ha un’importanza relativa, per cui può essere grottesco e inverosimile quanto vuole, dal momento che sembra più che altro uno strumento o un punto di appoggio. L’obiettivo è, indubbiamente, ritrarre il mondo dorato del cinema quale è veramente, cioè una fucina di orrori, in cui si gode per la morte di un bambino, si passa sopra ad omicidi, incesti e sesso mercificato e dove, dunque, due ragazzini come i fratelli Agatha e Benjie, nati da una relazione che è un obbrobrio, non possono che essere esattamente quello che sono, due creature malate in modo irrecuperabile che non hanno mai avuto un attimo di innocenza nella loro vita. Così accade che, nel cinico evolversi della vicenda in direzione di brutture supplementari, il pubblico inizi a prendersi a cuore la sorte di questi due infelici e, come si diceva, venga da ridere sempre meno. L’atteggiamento del regista, per altro, resta distaccato ed impersonale in tutto il film: lungi dall’essere un difetto, come ritenuto da tanti, in realtà questo evita, a mio avviso, il rischio del ‘fervorino’ moralista in cui sarebbe stato facile cadere, vista la tematica. Invece sono le stesse immagini a suscitare l’orrore negli spettatori e bisogna attendere il finale per comprendere che anche Cronenberg, in verità, guarda ai due giovani con occhio pietoso e infatti regala loro una conclusione decorosa per quanto, ovviamente, priva sia di speranza che di redenzione.

Maps to the stars rientra nella produzione matura del nostro ed ha più elementi in comune con Cosmopolis di quanto si possa credere. Quindi, chi ha amato Cronenberg per La Mosca o Inseparabili anche stavolta non si sentirà a suo agio. Vi ritroverà tuttavia l’attenzione per ciò che è solitamente considerato anormale e per le deformità – fisiche o intime – che vengono esibite senza alcuna remora. Innegabile, poi, l’altissimo livello della regia: non potrebbe essere diversamente, nel caso di un artista di tale abilità ed esperienza che, di nuovo, non delude e mostra di saper suscitare interesse ed empatia.

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